Turning Point

Punto di svolta

La più grande sfida, per me, inizia ora: descrivere il mio cambiamento metabolico.

È più difficile di quanto non immaginassi. Ho già quarant’anni e ne ho passate tante, fra cui andarmene di casa ed assistere a situazioni famigliari non comuni, ma descrivere il mio cambiamento metabolico è più impegnativo, perché devo rendere a parole quello che è oggetto di studio persino degli scienziati.

Immagino che situazioni simili alla mia le vivano tutte le persone che hanno subito interventi chirurgici importanti a livello identitaria, per intenderci non un “semplice” intervento ad una gamba, ma magari una ricostruzione facciale dopo un incendio, quindi il fatto di dover passare da una situazione in cui ci si vede sfigurati, prima di intervenire per riprendere una nuova forma e figura. Oppure tutte le persone che si risvegliano da un incidente, un infarto, un evento fisico che cambia la loro vita in termini pratici quotidiani sia nelle abitudini che nelle relazioni con le persone, dovendo anche sforzarsi di ricordare cose dimenticate o pensare al futuro in termini totalmente nuovi, cambiando anche la scala di valori. Importanza a cose diverse rispetto a prima.

Per mia fortuna non ho mai avuto rotture agli arti nella vita, ho sempre avuto un’ottima salute ed anche gli incidenti che ho avuto si sono sempre risolti con un po’ di fisioterapia e riposo. Ho avuto il mal di denti, però. Quello prende davvero alla testa, ma per fortuna è durato poche ore, quanto basta per una cura urgente e per capire cosa accade quando si intacca il cervello.

Mi sono sempre nutrita in modo molto sano. Non ho mai fumato. Ho sempre fatto sport. Ho quindi fatto di tutto nel pieno delle mie capacità e infatti ho viaggiato molto e vissuto molte esperienze, anche rischiose, uscendone bene. Mi è capitato di esagerare con i cocktail, ma questo mi ha permesso di capire molte cose sul corpo umano e persino di capire gli altri.

Fatte tutte queste premesse, venendo da una famiglia in cui l’istruzione era il valore primario, ho sempre studiato e grazie allo studio ho sempre gestito ogni situazione. Non è stato un problema: io amo studiare, infatti, non ho mai smesso, anche sul lavoro. Qualsiasi cosa io abbia fatto, l’ho fatta studiando, anche la cameriera. Ho infatti imparato le regole base dei vari tipi di servizio e imparato a comprendere la gestione dei ristoranti, nonostante lavorassi in ufficio in tutt’altro settore. Quando ho fatto la commessa in un negozio di tessuti, mi hanno insegnato a piegare le stoffe e via dicendo.

Premesso anche questo, da circa due anni sono uscita da tutto questo mondo fatto di apprendimento continuo dentro le grandi aziende, sono uscita da questo mondo in cui le regole si incastrano come binari ed in cui sai sempre che strada prendere, perché ad ogni cambio treno, c’è una coincidenza con un altro treno. Quel tipo di mondo esigeva un metabolismo costante, senza picchi, un metabolismo che supportasse il self control come valore principale, in attesa di dire la parola giusta nel momento giusto, quindi un mondo in cui l’affermazione di sè passava attraverso una serie di meccanismi socio-relazionali, che, come si legge dai giornali, possono portare anche a quei fenomeni ambientali che si chiamano “leadership” o “mobbing”, sia in positivo che in negativo, il contesto era vincolante. Il metabolismo era regolato sull’esigenza di stare dentro o fuori quel contesto e persino le relazioni famigliari e intime ne erano condizionate in tutti i modi.

Dovendo aspettare di dire la parola giusta nel momento giusto, non solo le proprie passioni e pulsioni venivano spesso represse, fino quasi all’implosione, ma rendevano la persona facilmente “ricattabile”. Non c’è bisogno di spiegare che la vita quotidiana era tutta una maglia, una rete con pesi e contrappesi, nemmeno una scacchiera, perché le scelte non erano poi così tante.: essendo date delle regole aziendali e sindacali di base da seguire, con stipendio fisso, si sapeva sempre dove si sarebbe andati a finire in un modo o in un altro e le uniche vere variabili erano nuovi capi e nuovi clienti. Si. Una intera vita in cui gli unici pivot o trigger people erano quelli con potere decisionale da qualsiasi parte. La struttura emotiva della persona, quindi, si tarava su di loro. Dopo aver fatto delle regole aziendali e sindacali il mantra quotidiano, il menu, la dieta, la “todolist”, le cose da fare e dire a testa bassa e senza emozione per fare andare avanti il sistema, le vere emozioni, il margine di rischio, il resto si giocava con i capi ed i clienti. Se un capo si negava e frapponeva intermediari, era finita. Se un cliente prendeva con un “arrivederci e grazie”, era finita. Fine del margine. Margine di miglioramento, margine di scommessa emotiva. La scalata o il dribbling degli intermediari, dei vassalli, valvassori e valvassini era interminabile e non si poteva in nessun modo sperare in nulla.

Avere a che fare con una catena di intermediari in un circuito chiuso può avere due esiti opposti sulla persona: se la persona è debole e naturalmente tendente alla creazione di legami di dipendenza e supporto, quale io non ero e non sono, può creare un mondo confortevole, la cosiddetta “comfort zone”, in cui la persona trasforma i compromessi ed i ricatti in scambi di cortesie, in cose che si devono fare e che “tutti fanno”, quelle cose che “si sono sempre fatte”, quelle che “adesso gli do il contentino, ma a fine giornata vado dalla mia famiglia e faccio le cose davvero importanti”, quelle che “crede di essere furbo, ma la vera furba sono io, nemmeno mi spreco di rispondere, alla fine è lui che ha bisogno di me”. Ecco il primo esito del circuito chiuso. Un secondo esito, invece, diventa negativo col passare del tempo, portando al contrasto, all’insoddisfazione, all’alienazione e isolamento di chi ha una personalità forte, creativa e autonoma, con scarsa propensione alla richiesta di aiuto, quindi al compromesso. Questo tipo di persona, quale ero io, se non è in grado di fissare dei limiti, delle via di uscita, oltre cui andarsene o rompere, tende a finire come stavo finendo io: a morire lentamente tutti i giorni dentro un flusso di doveri e di azioni che non sente proprie e nemmeno funzionali alla propria vita privata, che lentamente si spegne, in una lenta apatia e poi anche atarassia, afasia. L’isolamento diventa una forma di protezione dagli altri, dai “ladri di vita”, dai “ladri di energia”. Gli altri, da colleghi, si trasformano in sfruttatori indebiti delle tue risorse, da sopportare solo per ricevere quel numero a cinque cifre che si chiama stipendio e che ti permette di fare la spesa, mettere benzina e sopravvivere non per te stesso, ma per il sistema. Questa condizione di lento devono verso L’apatia può diventare invalidante, sia nello spirito che nel corpo. Il corpo si abitua alla stessa poltrona, le stesse scale, lo stesso percorso, lo stesso mouse, sempre lo stesso disturbo al tunnel carpale, sempre le stesse posizioni in ufficio, sempre le stesse cose. Lo spirito si abitua sempre alle stesse persone o agli stessi giochi di potere. Non ci si emoziona più. Si impara a rispettare le regole, si impara persino a trasgredirle in modo tollerato dal sistema e si smette di provare qualunque cosa. Questa è l’apatia. Fra se stessi e il mondo si crea una vetrata che ti permette di vedere tutto e tutti senza sentire le loro voci, sentire i loro profumi, senza che il mondo ti emozioni più in nessun modo. L’apatia è una condizione psico-fisica che si impone con la grande forza dell’inerzia. Come una macchina a motore spento che continua ad andare per la spinta precedente, per il sali-scendi della strada che continua a spingerla, a motore spento.

Quando mi fu aperta la porta per chiedermi di uscire, con la stessa forza dell’inerzia che mi aveva tenuta dentro, uscii.

Sapevo che non sarei più rientrata. Non avevo ancora sperimentato L’apatia. Impiegai molti mesi per capire quale forza mi muovesse o mi tenesse ferma, quale forza governasse le mie emozioni. Fu così che iniziai il mio viaggio, al ritrovamento di sentimenti e sensazioni, alla ricerca di nuove emozioni.

Sono sempre stata facile e difficile nei distacchi. Facile perché una volta presa la decisione non sono mai tornata indietro. Difficile perché prima di prenderla ho sempre aspettato molto tempo.

Prima di uscire da quel mondo, fatto di incastri, mi erano capitate molte coincidenze, tutte volute: fatti, atti coincidenti per volontà. In quel mondo chiuso quasi nulla capitava per caso ed io persi il sonno a cercare di capire il senso di cose che mi venivano fatte capitare. Dopo esserne uscita, continuarono a capitarmi Coincidenze ed io continuai a sentirmi seguita. C’erano motivi giuridici per tenermi sotto osservazione dopo il distacco, infatti con il passare del tempo le coincidenze iniziarono a cambiare natura. Iniziai a capire che c’era una regia più alta, ma non comprendendo quale, iniziai a vivere alla giornata in parte facendo cose che avevo sempre fatto, in parte altre nuove ai limiti della prudenza che mi aveva sempre contraddistinta. Mi sembrava di non avere scelta. Ero fuori dal mondo istituzionale dei miei precedenti diritti e dovevo conoscere le regole del mondo esterno, quel mondo in cui ancora non avevo un curriculum.

A livello pratico avevo iniziato a fare sport come in passato e a cercare un nuovo senso alle giornate. Ho iniziato anche a proiettarmi sul web. Il mio mondo era diventato il web, lo sport che facevo e la radio che ascoltavo. Non avevo più contatti con il mondo esterno. La mia condizione di single stava lentamente peggiorando. In tutta questa situazione apparentemente normale, il mio metabolismo è cambiato.

La stanchezza, la rottura improvvisa come un incidente, l’isolamento, la realtà virtuale, lo sport, il fisico che cambia e le coincidenze, tutte quelle coincidenze di cui non potevo parlare con nessuno e che mi assillavano il cervello come allucinazioni. Per fortuna avevo visto un film, “a beautiful mind”, in cui il protagonista aveva imparato a convivere con le proprie allucinazioni. Sapevo benissimo che il controllo è possibile. Ero un soggetto aggredibile, in questo senso, avendo avuto una madre bipolare. Fin da quando avevo vent’anni avevo il timore di avere ereditato qualcosa, quindi sono sempre stata particolarmente vigile su me stessa e particolarmente rigida. Questa rigidità mi ha forse danneggiata, impedendomi di dormire, di prendere le cose alla leggera, di agire, di reagire. Nel frattempo avevo scoperto che un fisico che non dorme è paragonabile ad un fisico dipendente da alcol, perché produce enzimi e ormoni simili a quelli che si producono quando il corpo è in stato di consumo etilico regolare, come chi beve due birrette tutte le sere, quindi tutta quella mia sensazione di dormiveglia, tutte quelle mie dimenticanze, quella mia sensazione di stordimento e ritardo nell’agire erano spiegabili anche biologicamente. Avere letto quella intervista fu salvifico. Non feci mai l’esame del sonno, la polisonnografia, quell’esame in cui gli impulsi elettrici del cervello vengono monitorato mentre si riposa. Avevo preso contatti con un medico, a Roma, per farlo senza pagare, ma mi fu impedito di tenere contatti con quel medico da una collega ostativa che non mi consegnò la cartella di esami appena fatti, contenenti il numero di quel medico. La dottoressa LoNigro, persona davvero spiacevole, che ha deviato il corso del mio fiume. La vita è fatta di tanti abusi. Chiunque abbia un potere, di qualsiasi tipo, può abusarne.

Comunque, decisi di guarire da questo dormiveglia, quindi iniziai a fare più seriamente con lo sport e a cambiare i miei valori. Tornai al fashion, che mi aveva sempre fatto compagnia nel corso della vita, dandomi quel dolce conforto che altri non danno. Un rossetto non fa male a nessuno. Indossare un capo di seta o un buon profumo può solo far stare bene.

Feci anche un corso da Bartender a Milano per cambiare aria e professionalizzarmi, magari anche per trasferirmi. Purtroppo non accadde. Rientrai dal corso stanca per una serie di coincidenze capitate anche nel corso e mi buttai di nuovo sullo sport e sul fashion. Piano piano misi da parte il pc. Feci molta fatica ad allontanarmi dal
Web.
Il web era il mio mondo ed io mi affidavo a quello per tutto, ma dovetti farlo, perché mi assorbiva energie come quando lavoravo in ufficio, senza mai pagare. Scelsi la via dei blog, mantenendo solo un paio di social.
In attesa di trovare una nuova professione, spinta dalle atmosfere che vivevo in palestra, che avevo vissuto anche in ufficio e da alcuni incontri accidentali, pensai di provare a fare


servono i muscoli. Il cuore è l’unico muscolo al quale la palestra serve relativamente a poco, è un muscolo involontario e batte a prescindere. Il cuore di un ragazzo palestrato si ferma di fronte alle telecamere e ad un euro nel cassetto. Un altro barista ha usato la propria posizione di potere dietro il bancone per farsi desiderare. Cappuccino offerto solo se il capo dice di sì. Altro palestrato senza forza nel muscolo principale, quello che tiene in vita e pompa il sangue. Sono uscita da un mondo e ne ho trovato un altro simile, quello che è cambiato è solo il settore produttivo, la cultura generale, l’istruzione media. Ho trovato forze dell’ordine pilotate, non più al mio servizio, ma contro di me. Fuori dal mondo di prima, sono contro la persona. Ho purtroppo constatato che le forze dell’ordine garantiscono la sicurezza dei commercianti, non dei cittadini, se fuori dalla zona comfort. La persona non conta da sola,  conta con chi sta.

La Mia infanzia: fra genitori estremi, una personalità mediana e borderline

Sono figlia di una coppia di genitori che, negli anni della libertà sessuale e dell’emancipazione dei diritti civili, mi ha “fatta”, – uso il verbo “fare” consapevolmente essendo il verbo che più spesso i miei genitori naturali hanno usato con me nelle discussioni -, per dovere. Sì, non sono stata concepita per amore, ma sono stata fatta per dovere. La mia storia inizia così. Io sono il prodotto di una coppia di essere umani, non sono una figlia.

Bene. Fui fatta a distanza di tre anni dal matrimonio, secondo progetto, quando mio padre si laureò. Mio padre era più giovane di mia madre di ben tre anni, fu lui a decidere il momento, ovvero il termine degli studi i l’inizio della propria attività professionale. Mia madre, intanto, stava a disposizione. Si incontrarono ad una riunione di partito, di quella che era allora la democrazia cristiana, quando mio padre era al primo anno di università e mia madre quasi alla fine. Rimasero fidanzati tre anni circa, il tempo necessario a mia madre di laurearsi, iniziare a lavorare e a guadagnare, emanciparsi dalla famiglia e risparmiare per il matrimonio è l’uscita di casa. Nel frattempo mio padre continuò a studiare. Quando arrivarono i numeri giusti, arrivò il matrimonio. Si sposarono quando mio padre non aveva ancora finito di studiare, contro il parere sia di mio nonno Giuseppe che dj mia nonna Giovanna – nonni paterni -, che manifestarono entrambi esplicitamente più volte anche nel tempo ed anche a me, nipote, il loro dissenso quando anni più tardi iniziarono i problemi seri ed io fui coinvolta. Mia nonna, col fiuto di una madre e donna di mondo, capiva benissimo che mia madre non era la donna giusta per mio padre e che lui la stava scegliendo solo per emanciparsi da lei. Mio nonno, parimenti, capiva benissimo che mio padre stava facendo quella scelta per uscire di casa, quindi, parlò con mia madre e le disse che dal giorno nel matrimonio, anche se mio padre ancora non era laureato, sarebbe stato a carico suo, perché “per fare una famiglia bisogno potermelo permettere”. Così mio nonno diede una ultima quantità di denaro a mio padre prima del matrimonio. Io ho imparato il diritto sulla mia pelle, prima che all’università, iniziando le lezioni con i miei nonni. Solo dopo molti anni, quando trovai nero su bianco in termini di legge quello che avevo già vissuto in termini umani, capii che cosa è il diritto fra fattispecie astratta e concreta.

Tornando alla mi storia, i miei si sposarono non in modo romantico, spinti da passione e amore, non avendo peraltro nessuna intesa sessuale, ma per finalizzare un progetto di vita: emanciparsi dalle famiglie di origine e vivere una nuova vita su nuovi presupposti. Entrambi intelligenti, istruiti e calcolatori quanti basta, iniziarono a mettere in atto “il progetto”.

Nel loro progetto io arrivai qualche anno dopo il matrimonio. Non c’era bisogno di emancipazione sessuale, preservativi e leggi sull’aborto per evitare una gravidanza non programmata e indesiderata: anche se mia madre era della generazione del dopoguerra e figlia di contadini, sapeva benissimo come fare per non rimanere incinta se non quando avesse voluto. Come da programmi, fui dunque fatta nel novembre del 1977, a distanza di tre anni dal matrimonio del 14 settembre 1974, per coincidenza, data di nascita del mio ultimo partner. I miei abitavano vicino Marzaglia. Ricordo tutto, perché mi fu raccontato da tutti più volte come nel corso degli anni, quando arrivarono i tempi delle divisioni, ognuno con la propria versione dei fatti, non rendendo per nulla difficile ricostruire la verità comune.
Fin dalla nascita fui caricata delle aspettative e dei doveri verso entrambi i miei genitori, che discussero anche sul mio nome. Nacqui al nono mese abbondante, sana e robusta di tre kg e sette, con problemi alla schiena per mia madre che non era mai stata sportiva e che quattordici anni più tardi si procurò una ernia al disco solo nel sollevare un materasso per cambiare le lenzuola.
Mio padre invece era bello e forte, uno che all’università aveva anche fatto qualche comparsa cinematografica, avendo studiato a Venezia, città in cui le occasioni di spettacolo non sono mai mancate.
Fatte le dovute premesse anche sullo stato fisico dei miei genitori, alla nascita discussero per il nome. Mio padre avrebbe voluto chiamarmi Rossana, ma di fronte alla sofferenza fisica del parto, disse a mia madre di chiamarmi come voleva lei, quindi fui chiamata Chiara. Ecco, anche il mio nome fu il risultato di un braccio di ferro, in cui, per una volta, vince la parte fisicamente più debole.

Le premesse di quella che sono oggi furono queste. Ancora prima di nascere ero caricata del peso dei problemi di una generazione e dei suoi esponenti. Crescendo, non mi è sembrato strano rendermi conto che siamo tutti pesanti alla nascita: dobbiamo essere purificati da un peccato originale che non è nostro e dobbiamo vivere per pagare un debito pubblico che non è nostro. I figli vengono spesso fatti per scaricare problemi delle generazioni precedenti. Nel mio caso la cosa fu proprio calcolata, mentre in molti casi è inconscia.
Nel corso degli anni, alle prime occasioni di divergenza, entrambi i miei genitori, soprattutto mio padre, non persero occasione per ricordarmi che mi avevano fatta loro. Continuo ad usare il verbo fare, perché è quello che più spesso ho sentito usare nei miei confronti. Persino e soprattutto in adolescenza, quando iniziavo a rivendicare mia privacy femminile, mi sono sentita ripetere che le mie esigenze erano assurde: “ti ho vista nascere, ti vergogni di me? guarda che lo so come sei fatta, perché ti nascondi? hai paura che ti veda?”. Sono stata invasa nella mia intimità in vario modo in anni in cui è giusto esserne gelosi. Da bambina, al mare, mia madre alternò i periodi in cui mi metteva il bikini a quelli in cui mi lasciava con solo il pezzo sotto, così, quando a circa dieci anni iniziò a svilupparmisi il seno, lo videro tutti. Eravamo a Rocca D’Aspide quell’anno, con amici di Salerno. I figli della coppia di amici di mio padre erano più grandi e mi fecero comprendere molte cose. Restavo a guardare Anna e come si tirava i capelli per fare la coda. Col figlio scherzando, capii che l’infanzia era finita. Prima di quegli eventi, da bambina, subii incontri ravvicinati con due adulti del paese che mi presero di mira per colpire i miei genitori. Uno era persino un bidello della scuola in cui lavorava mia madre, che aveva la brutta abitudine di affidarmi ai bidelli come dei baby sitter. Non mi fermo su questo episodio. Fui seguita per anni dal desiderio sordido di uno di loro. Fui felice quando seppi che era morto. Tornando a me, il giorno in cui mi venne la prima mestruazione mia madre non c’era. Io nascosi l’assorbente in fondo al cestino, ma mio padre, che era morboso nei miei confronti, lo andò a cercare e venne persino a svegliarmi al mattino per dirmi che era informato che ero diventata donna. Incredibile. Mi venne un brivido. Lo avrei massacrato. Mi sentivo già in prigione.

Sono davvero tanti gli episodi che potrei raccontare, ma credo che questi bastino per raccontare l’inizio della mia storia: sono una persona che è stata fatta e cresciuta con lo scopo di realizzare i progetti di famiglia anche scaricando dalle pesantezze di ogni persona.

Come tutti i figli, non è stato il mio primo pensiero vedere i miei genitori come persone da trattare per quello che fanno e dicono prima che per il ruolo che rivestono. Come tutti i figli ho sofferto in silenzio per anni, vivendo emozioni molto constrastanti, provando a capire prima loro che me stessa, anzi, dimenticandomi proprio di me stessa, mentre sopravvivevo fra loro. A seconda dell’età e degli avvenimenti, mi sono immedesimata nell’uno, nell’altro, poi di nuovo nell’uno, poi ancora nell’altro, poi nei nonni, poi persino nelle amanti, negli zii – sorelle e fratelli a loro volta – mentre nel frattempo ho vissuto “alla meno peggio” la mia vita, fra i soldi che mi venivano dati e quelli che guadagnavo.
Prima ancora di compiere 18 anni, ero già matura. Aspettavo in silenzio e con sguardo basso il momento in cui avrei potuto dire “adesso decido io”. La patente per la macchina la presi subitissimo. Prima giravo in bicicletta e mio padre era persino geloso di quella, che mi aveva regalato lui stesso, perché con quelle due ruote andavo a trovare un pizzaiolo siciliano del paese con cui poi, dopo mesi di corteggiamento, finii a letto al mare da un’amica. Aveva molte storie da raccontarmi, era muscoloso ed io andavo da lui per ascoltare le sue vicende. Con la testa ero già fuori casa da un pezzo. La radio, la musica che ascoltavo, gli amici stranieri di penna – i penpals – , i libri che studiavo: la mia realtà “virtuale” esisteva già ben prima che arrivassero internet, le chat, i social.
Iniziai la mia emancipazione di fatto con i viaggi all’estero, col primo rapporto sessuale e con l’università. I miei avevano grandi progetti per me, quindi furono sempre restrittivi su alcune cose, ma sempre favorevoli per altre, per esempio le vacanze studio e l’università lontano da casa. Non mi pagarono mai una vacanza di piacere con le amiche, per le quali mi dovetti sempre fare ospitare da altre che avevano casa. Mi pagarono invece soggiorni all’estero per studiare le lingue straniere. C’era poco da discutere. I soldi li avevano loro. Anche al tempo del liceo mi impedirono di continuare con lo sport. Ero stata selezionata dalla scuola di Liliana Cosi e Marinel Stefanescu, ero a buon livello nel pattinaggio artistico, ma dovetti sempre interrompere. Banalmente mi dicevano: “non vorrai mica fare la ballerina o l’artista, su, andiamo, non è un lavoro serio, lo puoi fare per rilassarti”. C’era poco da discutere. In quegli anni la televisione era ancora quella di Mike Bongiorno, c’era ancora il muro di Berlino e c’erano gli schieramenti ideologici. Non esistevano i “realities”, i “talent show”. Il massimo era “La Corrida” di Corrado oppure “Ok il prezzo è giusto”, oltre a Sanremo, naturalmente. In quegli anni l’euro non c’era. Prima di fare un viaggio, mio padre mi dava un budget, andavo in banca, lo cambiavo in monete ed in “travellers Cheques” e poi mi gestivo la vacanza facendo i calcoli a mente o segnando tutte le spese su una agendina per non rimanere senza soldi. I cellulari ancora non esistevano e per sentirsi bisognava darsi appuntamento ad una certa ora, alla quale chiamare da una cabina pubblica a gettoni oppure alla quale farsi chiamare presso la scuola o la famiglia rel momento. È importante spiegare queste cose, perché il mio rapporto di oggi con la tecnologia, con i soldi, con le persone si è formato in quegli anni. Oggi io ritengo, per esempio, che la moneta unica non sia fondamentale e si possa uscire dall’Euro, se non addirittura dalla comunità europea, individuando gli scambi bilaterali e multilaterali forti e puntando su quelli come sta facendo l’Inghilterra. In assenza di una utile e comune politica fiscale e infrastrutturale, non comprendo i vantaggi dell’essere parte di questo grande progetto. Il trattato di Maastricht sulla stabilità fu firmato negli anni novanta, quando ero al liceo, poco dopo la caduta del muro di Berlino e quando già andavo a ballare e viaggiavo all’estero. “Non mi appartiene”. Sono vincoli in cui non riconosco il nostro paese debba stare. Lo accetto come cittadina così come ho accettato tanti eventi “per forza maggiore”. Quando ti trovi in un certo fiume, in quello devi nuotare.
Fatta questa premessa del contesto storico e geopolitico in cui ho vissuto le mie esperienze sentimentali ed intellettuali di adolescente e donna, colsi l’occasione di uscire di casa con l’università. I miei scelsero, col mio consenso, una università a numero chiuso con esame di selezione, perciò si aspettavano che rimanessi a casa a studiare tutta l’estate per superare un “misterioso” esame di cultura generale per il quale non c’era un programma. A me sembrava ridicolo dover studiare “cultura generale”: o te la sei fatta fino a quel momento e ce l’hai o non ce l’hai. Colsi quindi l’opportunità offertami da un’amica, firmai un contratto, il mio primo contratto ufficiale di lavoro, ed andai a lavorare a Pinatella di Cervia come “inserviente” presso una casa vacanze. In pratica facevo pulizie tutto il giorno. La sera andavo in giro con la mia amica fino al mattino. Avevo solo due ore di pausa sole nel pomeriggio. Da maggiorenne esercitai subito la mia volontà, ma i miei genitori parvero non recepire il messaggio, si dimenticarono in fretta, e continuarono a trattarmi come la loro “dipendente”. Quella estate, a forza di lavare, mi si erano persino corrose le mani. I guanti non bastavano mai, ma io e la mia amica eravamo felici così, con i nostri soldi, da poter spendere senza dover chiedere anticipando il motivo della richiesta. Anche la mia amica aveva il guinzaglio stretto in quegli anni. L’anno successivo io andai in Spagna per la mia solita vacanza studio e lei mi chiese di coprirla, dicendo che era con me, invece che in vacanza con un fidanzato. Naturalmente la aiutai. La prima settimana la fece da sola col fidanzato e la seconda la fece con me a Barcellona. Siamo ancora in anni in cui le valute erano distinte. L’Euro arrivò nel 2002, anno in cui mi laureai. Capisco quindi che nel dibattito attuale i giovani non sappiano bene cosa pensare. Per quanto mi riguarda, una moneta internazionale esiste già ed è il dollaro. Una lingua internazionale esiste già ed è l’inglese. Se io avessi un negozio, come l’ho avuto per breve tempo online, accetterei pagamenti in valute diverse. Concepisco l’Euro solo come moneta commerciale, non come realtà economica più vasta, che impatta sulle politiche fiscali, per cui, dato un certo tasso di cambio, comprerei euro per muovermi nei paesi che aderiscono, così come compro sterline o dollari, nulla di più. Il potere industriale e creativo dell’Italia è lo stesso e chiuderlo nei rapporti di forza di una Europa che applica iva, fiscalità, sistemi sanitari, modelli educativi diversi non è per me un discorso economicamente sostenibile. La politica estera europea, di fatto inesistente, che non si è affermata nemmeno nei confronti dell’India per il recupero di due marinai o dell’Egitto per fare luce su un ricercatore scomparso. Non è questa l’Europa che vedo come sottostante una moneta unica. Dietro i soldi ci sono le persone. Dietro i soldi c’è il lavoro. Dietro i soldi ci sono i diritti. Dietro i soldi ci sono i doveri. Dietro l’Euro cosa c’è? All’università mi è stato insegnato ad essere europea. Ci ho provato, ma non ci sono riuscita, non in quel modo perlomeno. Mi sentivo europea prima dell’euro. Oggi mi sento di più, l’Europa mi sembra limitante.

Fatta questa noiosa parentesi del contesto in cui è cresciuto il mio pensiero, mi sono ritrovata a sviluppare un forte senso di autonomia verso la famiglia, mai davvero riconosciuto. Pur avendo riempito la mia vita di fatti reali e numeri simbolici, per esempio mi sono trasferita senza preavviso il giorno del Compleanno di mia madre, i miei genitori hanno opportunisticamente dimenticato in fretta, si sono adeguato ai cambiamenti, mutando nei miei confronti le tattiche di controllo diretto e indiretto. Hanno sempre rifiutato un supporto concreto nei momenti in cui capivano che la mia vita avrebbe preso il volo senza di loro, per provare l’insano piacere di soccorrermi in augurati momenti di difficoltà. Tutto questo mi ha tarpato le ali. Come allenarsi per una gara e fare lo sgambetto in partenza, come spiccare il volo e trovarsi un’ala spezzata in sollevamento per un colpo di rudimentale fionda. Tutte le volte cadi e riparti, mentre altri sono già avanti. Cadendo trovi nuovi compagni lungo il viaggio, hai nuove difficoltà. Il problema del perdono si pone e non si pone al tempo stesso, perché per legge sei sempre costretto a relazionarti con loro finché non ti sposi, quindi entrambe le parti calcolano su questo dato di fatto imprescindibile e cercano di condizionare i terzi che siano per qualsiasi motivo coinvolti, trattasi di una banca per un mutuo o di qualunque persona che vanti qualsiasi diritto.
Ho affrontato questo problema subito, con il passaporto e con l’assunzione presso uno studio legale americano. Mi chiesero di dichiarare chi chiamare in caso di necessità e problemi di salute ed io elencai alcuni amici che ritenevo più intimi e affidabili di altri nelle questioni “serie”, in grado quindi, per esempio, di gestire un mio incidente all’estero. Al primo incidente in scooter che ebbi andando al lavoro, quando mi soccorsero a terra e mi chiesero chi chiamare, dissi di chiamare l’ufficio. Più volte da allora mi posi il problema di come fare a gestire questa “libertà” da legami giuridici di coppia che in realtà è una “costrizione” entro legami giuridici famigliari da me non condivisi. Più volte sono stata sul punto di scrivere un “testamento” indicando a quali persone rivolgersi in caso di mia mancanza. Purtroppo, essendo rimasta single, le mie relazioni nel tempo anche con gli amici sono cambiate e scrivere quella lista fu impegnativo, perché nel frattempo i miei cosiddetti amici si erano sposarono avevano iniziato a vivere vite molto diverse dalla mia, per cui assumersi impegni giuridici nei miei confronti sarebbe stato difficile. L’amicizia fra adulti ha un limite: quando sei amico non convivi, non fai sesso, non condividi i soldi. Questa mancanza di condivisione allontana le persone di fatto, che si concentrano sulle persone con cui condividono la quotidianità, che si tratti di affari, sesso o emotività poco importa. Tutti i rapporti a distanza, hanno un limite: sono “svincolati” dalla realtà. Si capisce bene anche all’interno delle stesse famiglie quando in occasione delle eredità i figli discutono fra quello che è rimasto più vicino al genitore, soprattutto fisicamente parlando ad accudirlo, e quello che invece se ne è andato lontano rimanendo assente o poco presente.

Proprio nelle due famiglie di mia madre e mio padre ho visto queste dinamiche proporsi oltre che averle sentite raccontare da amiche. Prima della morte, spesso accade che un genitore abbia problemi di salute ed abbia bisogno di assistenza. Allora inizia la gestione del problema fra i figli più o meno vicini e al momento della morte, iniziano le discussioni fra quelli che sono stati più vicini da giovani piuttosto che alla fine, sulle spese sostenute et cetera. La ruota gira. C’è un tempo in cui la spesa è il figlio e c’è un tempo in cui la spesa è il genitore. La famiglia, giuridicamente parlando, serve a creare una entità circolare entro cui queste spese vengono in qualche modo contenute ed in cui vengono fatti conguagli interni. Premesso questo, io mi sono sempre sentita in difficoltà, non sapendo a chi affidare i miei beni in caso di mio malessere. “Affidare” comporta dare fiducia emotiva, intellettuale e giuridica, potere decisionale ed economico. Per fare un esempio pratico, significa in caso di incidente, la firma che autorizza ad una operazione mentre sei incosciente la mette la persona che tu hai indicato o che la legge prevede.
Io non ho mai indicato nessun membro della mia famiglia. Le vicende vissute e le lotte che ho dovuto fare per la mia emancipazione anche nelle cose più semplici mi hanno sempre fatto, al contrario, temere un loro coinvolgimento: ero certa che avrebbero preso non solo la decisione sbagliata in termini razionali, ma anche la decisione nociva nei miei confronti in termini umani. Questo loro “avermi fatta” è stato sempre inquietante e nel tempo mi ha costretta, più o meno consapevolmente, a rifugiarmi in una periferia trascurata, credendo forse che sarei riuscita più facilmente a “nascondermi” e a vivere la mia vita. Purtroppo le cose non andarono così, perché non si trattò di una scelta per condivisione, ma questo sarebbe un altro capitolo.

Per chiudere questo lungo capitolo su chi sono e perché sono così a quarant’anni, sono una persona che è rimasta libera da legami giuridici rilevanti in un contesto sociale in forte evoluzione, per cui i legami giuridici di base non sono adeguati.

Soluzione? Si, se avessi potuto creare con maggiore facilità, delle società a mio nome, avrei diviso i miei beni fra i soci reali, quelli con cui di volta in volta avrei condiviso i valori ed i singoli progetti. Sulle questioni di salute avrei lasciato uno scritto semplice a valere contro tutti indicando periodicamente la persona a me più vicina. Per esempio ho chiaramente detto ad alcuni amici di essere contraria alla donazione di organi. Non vorrei mai che, fra la vita è la morte, venisse scelta la mia morte per donare i miei organi a chiunque. Finché vivo io, i miei organi servono a me e mi servono tutti al massimo delle loro potenzialità.

Sarei invece stata favorevole alla donazione di un mio ovulo. Non avendo avuto figli, sarei stata felice di donare i miei geni a coppie che cercassero caratteristiche come le mie, essendo per me la maternità una questione non solo genetica. Anche questo sarebbe un altro capitolo. Un figlio non basta farlo, bisogna anche crescerlo e credo sia normale trovare modalità organizzative varie. Non è un caso che alcune fa le persone più ricche e impegnate del mondo abbiano molti figli. Non faccio nomi, ma fra calciatori, attori e artisti, potrei citare persone che mantengono numerose famiglie composte da figli geneticamente propri, avuti con diverse/i partner, oltre che figli adottati. Io stimo queste persone, e se le conoscessi di persona non credo esiterei a concedere loro quei diritti che la legge mi costringe a concedere ai miei genitori naturali.

Per chiudere, la discussione sui diritti civili non è secondaria in nessuno stato, nonostante possa sembrare meno importante di altre questioni, perché come testimonia la mia vita, dietro i diritti civili si decide la distribuzione e gestione dei beni economici. Discutere di famiglia, piuttosto che adozione, eutanasia, testamento biologico è dunque una tematica dai rivolti “di destra” per quanto possa sembra re “di sinistra”. Non esistono temi di destra e di sinistra, i temi sono gli stessi, l’impatto giuridico ed economico è lo stesso, quello che cambia è come viene affrontata la discussione nella tabella di marcia di un paese, la priorità che viene data al problema ed i valori o principi in base a cui viene risolto il problema.

Io sono stata fatta, ma non permetto a chi mi ha fatta di disfarmi o di disporre di me.

Ore 17:18 del 02/06/18

Prima di chiudere questo forse noioso pezzo, sento di dover spendere un paio di parole sul senso di identità. Dopo aver avuto ed accettato vari nomi nel corso degli anni, ho scelto il mio, quello che mi sentivo meglio addosso.
Come ci si accorge a livello pratico di quale famiglia si fa parte?
Quale è il limite fra le libertà che si possono prendere i famigliari e gli sconosciuti?

Dopo anni di dispiaceri, rabbie, perdoni, ritorni, trasferimenti, mi sono accorta che il tuo corpo ti indica la strada quando la tua mente è annebbiata. Il tuo corpo ti dice con quale forma si sente a proprio agio, con quali abiti, con quali persone preferisce fondersi. Il tuo corpo parla alla tua mente quando anima e mente soffrono e si sentono confuse. Nei momenti di difficoltà, ho sempre ascoltato musica, fatto sport, ho portato a cena me stessa. I miei genitori non hanno mai fatto sport, per esempio. Nei momenti di crisi, si sono chiusi nelle loro abitudini, abbandonando sia interessi culturali che sportivi. Quando mi sono trovata senza soldi, sono andata a correre, ho trovato il modo di allenarmi in casa, ho comprato una Cyclette, una panca, ho comprato i pesi, imparato persino lo yoga, ho sempre ascoltato musica, sperimentato nuove ricette e studiato. I miei genitori naturali hanno smesso di crescere in qualsiasi direzione.
Sono state tante le volte in cui sono andata al ristorante da sola. Non bastava prepararmi una cenetta a casa, sentivo di dover uscire a cena con me stessa. Lontano dalla mia famiglia di origine e dai miei amici storici, ho trovato la mia forma. Ho ricominciato a fare attività fisica, ho seguito molti corsi online, andando oltre le possibilità offerte dalla zona in cui vivevo. Quando non ho trovato i cibi che volevo vicino, li ho comprati sul web e li stesso ho fatto con gli abiti ed il make up. Il risultato è che sono diventata molto diversa dal mio ambiente di origine. Sono molto diversa da come erano i miei genitori alla mia età e da qualsiasi altro parente. Recentemente ho subìto la visita improvvisata dei miei famigliari e l’ho vissuta come una prepotenza, una invasione delle mia privacy, una pretesa ingiustificata. Non avevano diritto di presentarsi al mio domicilio senza appuntamento e senza il mio consenso.

Il consenso. I due elementi che contraddistinguono una identità sono l’espressione concreta dell’identità stessa nelle forme fisiche, intellettuali e giuridiche a disposizione ed il consenso in base al quale si regolano le relazioni con gli altri. È sempre un dispiacere per un figlio doversi scontrare con il senso di estraneità rispetto ai genitori, ma, quando accade, è qualcosa che non può essere nè contestato nè guarito. Quando non ti riconosci nei corpi e nei modi di chi ti ha “fatto” c’è poco da fare. Il riconoscimento è la prima fonte di delusione e divisione anche fra innamorati e coniugi. Solitamente le persone si dicono “mi ha deluso, non era come immaginavo, è cambiato/a, non lo riconosco più, quando ci siamo sposati era un’altra persona”. Accade non solo fra coniugi, può accadere anche fra parenti. Io ho cugini con cui non ho quasi mai parlato. Abbiamo fisici e stili diversi, valori diversi.

A conti fatti, quando accade qualcosa chi chiamate? Se a me capitasse un incidente oggi, non saprei chi avvisare. Oggi sono una libera professionista, non ho più nemmeno un datore di lavoro, in questa fase di transizione personale, professionale e sociale non saprei davvero chi chiamare.

Ecco, in questo senso, l’ identità si trova anche negli altri: una volta definito chi siamo da soli, in solitudine senza essere condizionati, siamo anche le persone che più ci sentiamo vicino. Chi chiamereste nel momento di bisogno improvviso? Se siete capaci di individuare alcuni, piuttosto che altri, avrete qualcosa di simile, quanto basta a “chiedere aiuto”. Ho riscontrato di cercare donne, donne emancipate o uomini con “spiriti femminili”. Ho sentito vicino a me donne volitive, protagoniste nella loro vita, ecco le persone che ho chiamato io. Donne capaci di ascoltare donne diverse da loro. I maggiori aiuti li ho ricevuti da donne. Donne diverse fra loro, ma forti e autonome, capaci di solidarietà invece che di rivalità. I miei partner, pur essendo molto mascolini, hanno sempre avuto un animo attento al femminile. Chi per aver perso il padre, chi per altre vicende personali, hanno sempre dimostrato uno spirito femminile in un corpo spiccatamente maschile. Ci siamo sempre compensati. Io ho sviluppato un fisico ed un carattere forte, tendenti al maschile. Nel gioco fra ruolo pubblico e privato ci siamo sempre capovolti. Consolidata la bontà del rapporto in pubblico, i miei rapporti sono sempre finiti quando i miei partner hanno cercato donne più tradizionali al posto mio, nel privato.

***

Io sono scollegata dal mondo e prigioniera di qualcuno che comunque mi controlla. Dovrei fare denuncia per stalking contro ignoti, rendendomi ridicola bei confronti delle autorità. Negli ultimi due anni, in particolare, mi sono capitati una serie di fatti che fatico ad addebitare al caso. Si tratta di coincidenze, cioè , eventi e fatti che coincidono, che hanno un filo conduttore non noto a me, ma a chi tira questo filo. Sento addosso il controllo. In tutta questa situazione ho definitivamente cambiato identità.

Nata Chiara Messori Montorsi, ho chiesto di cambiare il nome in Amanda Nike per aiutarmi a cambiare vita, essendo diventato il mio nome troppo pesante per tanti motivi, un nome su cui il mondo ha proiettato pretese, ossessioni, possessivita, un nome spesso sminuito, un cognome usato spesso con toni imperativi,un cognome maschile, duro, autoritario e un nome da brava ragazza di cui in confidenza le persone si sono approfittate. Un nome datomi da una madre debole.

Non sento di mancare rispetto a nessuno cambiando nome, ma di iniziare finalmente a portare rispetto a me stessa e lo Stato Italiano sta mancando di rispetto a me, temporeggiando nel rispondere alla pratica di cambiamento nome ufficialmente inoltrata. So che ci sono affari giuridici che mi sono stati nascosti e immagino che, a fronte della mia richiesta, stiano tutti facendo i calcoli sulle convenienze cercando di arricchirsi indebitamente alle mie spalle e, peggio ancora, cercando di imputare a me problemi psicologici dimostrati dalla mia richiesta.

Sono finita sotto il controllo di qualche autorità. La mia vita è controllata. Nulla accade mai totalmente per caso. Sono monitorata. Ogni mio spostamento è controllato contro la mia volontà. Qualcuno mi ha messa di fatto ai domiciliari. Le mie scelte sono filtrate. Ogni cliente, ogni curriculum, nulla è spontaneo, per questo ho smesso di ragionare e comportarmi in modo ortodosso.

Una vita fra squali e avvoltoi, inclusa mia madre, che con la scusa della malattia accentra e gestisce beni che non è in grado di gestire. Se a 40 anni mi ritrovo a scrivere di questo, è evidente che la pesantezza della situazione non è sostenibile con gli strumenti di questa società. Non ho intenzione di andarmi a sfogare con un psicologo, perché non è di psicologia che ho bisogno, ma di soluzioni concrete. L’approccio psicologico introspettivo non è ciò che serve a me. Dallo psicologo, se ne avessero voglia, ci dovrebbero andare due genitori, che invece non si sentono abbastanza feriti da una richiesta formale di cambiamento nome. I miei genitori hanno un senso della famiglia clanico. Conta solo rimanere in famiglia, legati alle sorti della famiglia, a prescindere dalla felicità reale e dalle condizioni reali in cui si vive. Nella mia famiglia ci sono infatti problemi di alcolismo, obesità, aggressività. Tutto tollerato, se si resta in famiglia. La famiglia sopra a tutto. Un Nord molto Sud da questo punto di vista, solo meno plateale nelle manifestazioni affettive.

Ilviaggio di laurea

Prima di laurearmi ero già sulle chat ed avevo conosciuto un ingegnere che si trasferì in California a fare test sui microconduttori per lo studio dell’epilessia. Ero stata con un epilettico un anno e mezzo prima ed avevano legato anche per questo. Questo ingegnere, peraltro un bel ragazzo, spogliarellista fra un esame e l’altro, mi invitò a raggiungerlo. Un’attrazione soffocata. Uno di quegli uomini a cui ogni tanto pensi quando meno te lo aspetti. Uno di quelli che ti colpiscono con pochi fatti, poche parole, pochi sguardi e che si fanno ricordare. Aveva una voce calda. Aveva un bel corpo, alto e atletico. Uno sguardo delicatamente penetrante, un sorriso sempre sincero e mai ingenuo. Un corpo accogliente. Il tempo di laurearmi, un paio di anni, lo raggiunsi. Il viaggio della vita: gli Stati Uniti dopo la laurea.

La tesi di laurea l’avevo scritta sulle biotecnologie nel settore agroalimentare. Nel frattempo, sempre in chat, avevo conosciuto tale Federico, studente a Bologna, in stage presso Forza Italia e l’onorevole Bertolini, e mi sono innamorata. Il viaggio negli Stati Uniti, programmato prima di conoscerlo, lo feci e, purtroppo, rientrai.

Divisa fra l’ingegnere negli Stati Uniti, che frequentava più donne e non ci provava mai esplicita amente, ed il dolce amore in Italia, quella volta scelsi di rientrare. A dire il vero non fu lui a chiedermi di rimanere, ma uno svedese conosciuto ad una festa con cui però non avevo avuto sesso. Solo un po’ di flirt. Era molto rispettoso ed io avevo confusione in testa. Nella confusione è necessario che un uomo sia molto intraprendente, altrimenti una riflessiva come me, prende tempo. Se me lo avesse chiesto Il mio amico, di trattenermi, credo sarei rimasta.

Ilrientro da San Diego

Comunque, sbagliai. Rientrai in Italia per uno che lasciai un anno dopo. Federico, questo era il coetaneo intellettuale che tanto era riuscito a farmi fare, era passato niente meno che alla Segreteria dell’assessore regionale all‘ agricoltura, allora Iannarilli, al quale sicuramente poteva interessare quella mia tesi di laurea che non fu mai spinta dai miei professori.

Coincidenze che, se non si crede in una mano invisibile come quella di Smith, perlomeno mi fanno oggi capire come il mio inconscio mi abbia tenuta in bilico sempre fra le stesse scelte. Le grandi sperimentazioni tecnologiche da una parte, i piccoli interessi locali dall’altra, la cultura del tradizionale. Avevo solo 25 anni. Dovevo continuare a fare esperienza. Forse fu normale che scelsi la piccola mentalità locale, scegliendo quel fidanzato e la sua Ciociaria, invece dell’espatriato con grandi spazi aperti in una terra immensa.

Accaddero tante cose alla mia vita in quell’anno e mezzo. Combattuta fra guerre famigliari con tensioni più acute della media, vinsi una borsa di studio per un master a Milano presso il politecnico e rimasi fidanzata con un ragazzo che aveva problemi psicologici di aggressività, non nei miei confronti, ma della società e del contesto famigliare. Indossava un volto angelico e nascondeva una natura giuridicamente bellicosa che a soli 25 anni gli aveva fatto assumere la mentalità della provocazione degli incidenti per farsi rimborsare i danni, mentalità ereditata dal padre ciociaro e causa di divisione dalla madre lombarda. Fui coinvolta anche io in due delle sue cause, sempre come testimone. Mi accorsi dei suoi disturbi e del suo malato legame a me molto anni più tardi, quando, dopo esserci già lasciati, gli chiesi di consegnarmi le lettere che mia madre, nei suoi deliri, scrisse a lui. Non volle riconsegnarmele. Manifesto una morbosa possessività verso lettere di una donna che avevo scritto a tutta la famiglia per sfogare il proprio disagio psicologico.

Avevo avuto altri segnali, ma, come ogni ragazza innamorata, avevo ritenuto il mio fidanzato di allora sano. Avevo minimizzato tutto come normale dinamica amorosa. D’altro canto, io venivo da una famiglia molto problematica e lui pure. Le nostre discussioni non mi erano sembrate nulla in confronto a quello che avevamo vissuto nelle nostre famiglie.

Ci legava proprio questa sofferenza comune per i problemi di famiglia.
Ci legavano le aspettative per un futuro migliore.

A distanza di anni mi rendo conto che il mio inconscio mi faceva oscillare fra meccanismi consolatori e di lucida ribellione.

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