Il buon gusto non è di tutti

Avere buon gusto abbinato anche a principi di estetica e utilità è una qualità di poche persone, quelle persone che vengono assunte e pagate ufficialmente come “creativi”.

Il tentativo di tutte quelle persone  che non sono dotate di queste qualità messe insieme, spesso invidiose, di screditare o copiare brutalmente senza riconoscere ai creativi il loro valore aggiunto è espressione di basso livello intellettuale e umano. È come rubare e diffamare. È come sfondare il vetro della macchina nuova del vicino solo perché tu non te la puoi permettere. 

Tutto quello che è accaduto dopo il mio post suo pizzoccheri è vergognoso. C’erano da anni i tentativi di far affermare pasta alternativa alla pasta di grano tenero o duro: la pasta di riso. Purtroppo non funzionava. Nonostante persino il coinvolgimento del testimonial Scotti e nonostante la diffusione di tutti i ristoranti cinesi e giapponesi nel mondo, purtroppo la pasta di riso non è mai riuscita ad affermarsi. Perché? Perché non sa di pasta. Perché “la pasta” è concettualmente una ricetta specifica, in sè e modificarla in alcune caratteristiche organolettiche senza una ragione non può avere successo. Che motivo ci sarebbe stato per sostituire la farina di grano tenero o duro con quella di riso? Nessuno. Con il tempo, timidamente, ha iniziato ad affermarsi, sempre con scarso successo, la pasta di mais per i celiaci. Pasta di riso e mais per i celiaci, già, avevano un senso concreto, ma non era sufficiente. 

In tanti anni, nonostante l’Italia vanti di essere una delle patrie mondiali del cibo, nessuno ha fatto la ricerca necessaria sulle farine e combinazioni di farine. Nemmeno la potente Barilla, con la Sua accademia, si è spinta oltre una normale pasta integrale. Sono timidamente spuntati i marchi biologici come “Alce Nero” con le paste di farro e kamut, ma ancora nessun successo. Non ha comunque molto senso sostituire il grano tenero con farro e kamut all’interno della pasta sperando di avere chissà quale successo fra il grande pubblico. La pasta deve avere un  certo tipo di consistenza, dare un certo tipo di sazietà, lasciarsi condire in vario modo per chiamarsi pasta ed avere successo. Le paste di kamut e farro si prestano a pochi abbinamenti, per questo possono avere un successo ristretto. Se è quello che il pastificio desidera, bene.

Deve inoltre essere “a buon mercato”, perché la pasta è un cibo popolare. Per giustificare prezzi alti, la pasta deve essere davvero speciale, per esempio pasta fresca saporita all’ortica o al peperoncino et cetera. Queste paste, che si trovano per esempio da Eataly, non hanno comunque molto successo. Perchè? Perché quando le cuoci si perdono. Il prezzo e le proprietà non valgono la pena in confronto alla insoddisfazione che lasciano nel gusto e a qualità nutrionali da definire. Quando si mangia pasta? Di giorno come pasto normale o nei giorni festivi come pasto speciale? In che modo ci si aspetta di essere nutriti dalla pasta? Pasta per lo sport o pasta per saziarsi?

Insomma, tanti tentativi sono stati fatti negli anni, ma non si è capito che la pasta è come il pane: un elemento base che deve essere 1) piacevole da masticare, 2) energetico e saziante quanto basta, 3) sposarsi a tanti condimenti con una certa facilità, 4) costare poco. Chiunque deve poter comprare un pacco di pasta. Se non ha tutte queste caratteristiche insieme, non lascia nella mente e nello stomaco il senso della “pasta”.

Per questo motivo, da quando ho ricordato al mondo che esistono i pizzoccheri con il grano saraceno (senza glutine e con molta fibra), il mondo italiano, che li aveva dimenticati fra le ricette regionali per “poracci”, si è svegliato. Mentre io facevo i miei test sulle crêpes, si è messo a lavorare alle mie spalle, senza contattarmi per nessuna collaborazione, senza finanziare nessuna mia ricerca, senza fornirmi la materia prima che ho continuato a comprare finché non sono rimasta senza soldi, senza farmi arrivare nessun finanziamento in nessuna forma. Veramente dei vigliacchi. Solo mia zia mi verso cinquecento euro per il libro in sè, ma ovviamente non furono abbastanza con tutte le spese che avevo.

Cosi, mentre io continuavo a sperimentare e a pubblicare sul web, il potente mondo dell’industria alimentare italiana ha lavorato alle mie spalle. 

Che vergogna: dovevo arrivare io, laureata in scienze politiche, con un passato in ufficio fra i documenti di finanza strutturata ed una passione per la cucina tutta personale, sempre vissuta come momento di seduzione e piacere, per far svegliare il mondo della ricerca alimentare. Che pena. Che situazione tragicomica. Avevo già iniziato un anno prima, dopo un corso intensivo da bartender, inventando cocktail e persino un bicchiere autorefrigerante per l’industria del catering. Che pena. Ho persino partecipato ad un concorso di design, chiesto la collaborazione di due persone per la grafica, scritto alle due aziende leader del settore, pubblicato per mesi la mia idea. Non è bastato . Tempo “perso”. Nessun contatto valido e nessun business. Non avevo i soldi per depositare il modello di utilità. 

Dopo il bicchiere, mi sono applicata alle ricette. Ho iniziato come inizio sempre i miei progetti: quando necessità personale e passione coincidono. “Fare di necessità virtù”. “Imparare l’arte e metterla da parte”. Ho iniziato semplicemente per stare in forma. Volevo riuscire a mangiare a sazietà e con gusto rispettando la linea e le esigenze sportive. 

Così ho iniziato. Sono passata dalle ricette tradizionali, alle nuove combinazioni. È stato “lento”, perché inizialmente non era un mio obiettivo specifico,poi, vedendo che i risultati erano validi, è diventato un progetto di ricerca. Per quanto sia stato lento, è stato comunque più veloce e intenso dell’industria italiana, rimasta ferma per anni e capace di produrre solo nuove varietà di merendine e snack, ma nulla di più. Nonostante siamo la patria del fritto, le prime alternative alle patatine fritte sono arrivate nell’ultimo anno e mezzo. Da poco tempo si trovano fritti di zenzero, carote, melanzane et cetera. L’industria della patatina per gli snack si è sviluppata da poco, nonostante da sempre esistessero le patatine di mais. 

I “rodeo” io li mangiavo già a vent’anni, quindi vent’anni fa. Cosa ha fatto l’industria alimentare per vent’anni? C’erano solo tre patatine: le classiche, le dixi ed i rodeo. Una industria potente che ha dormito per vent’anni. 

I pizzoccheri me li faceva mia madre con spinaci, patate, cipolle e fontina. Un piatto ricco e quasi completo. Mancano solo le proteine. Volendo perfezionare la ricetta, oggi, basta aggiungere qualche proteina vegetale, per esempio esempio semi. I semi di zucca e sesamo ci starebbero bene. Si possono ulteriormente aromatizzare con un po’ di coriandolo e pepe nero che facilitano la digestione e donano un retrogusto amaro e piccante che può essere interessante e sposarsi poi bene con un bicchiere di birra, per chi ama la birra e la può avere fresca. Circa otto anni fa sono arrivati i tentativi di pasta di riso, mais, poi kamut e farro, ma senza successo. Ricordo le mie amiche che andavano nei costosissimo negozi bio per comprare mezzo kg di pasta al kamut. 

Bene. Vediamo come andranno le nuove paste, ai prezzi  cui le avete messe, senza inserirle in un piano nutrizionale coerente. Io non le ho ancora assaggiate, per colpa vostra,  quindi non posso farmi una idea del loro successo, ma non prevedo nulla di speciale in queste condizioni. Alcuni prodotti sono popolari: devono avere un prezzo ed una gestione popolare. 

La pasta è popolare a livello concettuale. A meno che non si parli di pasta fatta in casa, pasta ripiena, per cui la freschezza degli ingredienti e la lavorazione espressa fanno la differenza, la pasta in sè è un prodotto popolare e proporla come prodotto di nicchia senza un piano alimentare coerente non farà il successo delle nuove paste. Peraltro, io ho sempre comprato i pizzoccheri a solo 1 euro per mezzo kg. Non si capisce perché le nuove paste di legumi stiano a tre euro per solo mezzo kg. Non ci sapete fare nemmeno con i prezzi. Non sapete distinguere il prodotto popolare da prodotto di nicchia. Sapete solo copiare, anche male. Le varie farine e le relative consistenze sono valorizzate nelle crêpes, nei pancake, nel pane, dove si può percepire la differenza di impasto e dove la cottura è veloce e l’impasto può essere elemento anche autonomo se opportunamente valorizzato. È molto difficile che abbia la stessa resa nella pasta, perché vorrebbe dire condire la pasta con semplice olio, per provare a sentire il gusto delle farine. 

Credete che “il mangiatore di pasta” voglia abbandonare la pasta tradizionale per una pasta all’olio? Auguri. Servono motivazioni valide per scardinare le tradizioni, soprattutto quelle del gusto, quelle innocue, quelle non intaccate dal peso della morale o della moda. Mangiare pasta e mangiare piatti tradizionali è un gesto libero. Servono motivazioni valide per allontanare la gente da un prodotto base, innocuo, versatile e a buon prezzo, verso prodotti specifici, meno versatili, a prezzo più alto. I vostri esperti di marketing non hanno studiato psicologia del consumo? Non vi chiedete come mai McDonald è una potenza mondiale nonostante la carne non sia competitiva? Nonostante il pane sia poca cosa? Nonostante le patatine siano appassite?  Chiedetevelo. Poi andate nei negozi biologici e chiedetevi come mai cibi sani vengono acquistati meno. Poi tornate al supermercato e provate a immedesimarvi nel consumatore, quello medio, quello di periferia, dove avete messo in vendita il prodotto. 

C’è un motivo se io ho lavorato su crepes e pancake. Un motivo anche organolettico e culturale. 

Visto che siete fenomeni dell’industria con i soldi ed i laboratori di ricerca, sono curiosa di vedere cosa avete ancora intenzione di fare, a parte rubare le mie ricerche ovviamente, usarle senza pagare e farmi persino ridurre in condizioni da “rubare” la farina di ceci e le noci al supermercato, oltre ad altri prodotti base, fra cui alga spirulina, baobab, Açaí, semi vari, spezie, energy drinks. Vergognatevi. Mi sono concentrata su un solo supermercato proprio per evitare che il mio operato si confondesse con “furto” generico. Siete stati capaci di farmi fermare persino li. Oltre a tutti i disagi di scrivere email, parlare con i responsabili locali, parlare con i responsabili del sushi. Mi sono proposta anche come personal chef. Mi sono promossa in vario modo. Ho scritto anche ad altri punti di ristorazione. Non mi avete nemmeno fatto arrivare soldi indirettamente da clienti inventati. Sapete che vi dico? che venderei all’Hard Rock. Le mie ricette, del livello de “La durée”, non sono tuttavia per quel pubblico. Ora che avete già proceduto a copiare ciò che era facile da copiare, il resto è per sportivi e per chi apprezza i gusti nuovi, senza essere legato a tradizioni secolari. 

Avete messo gli scarti al prezzo a cui Todis mette la carne di prima qualità. Vergognatevi. Non mi rivolgo solo all’industria Italiana. Parlo anche di voi: Carrefour, in particolare Carrefour Tor Vergata. 

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