Consumismo invece che capitalismo

Quello che mi è capitato negli ultimi due anni, in particolare negli ultimi mesi e giorni mi ha permesso di capire quello che su nessun libro viene scritto.

Il mondo occidentale, basato sul profitto, sbaglia le forme di solidarietà, anch’esse oggetto di lucro, invece che servizio di vera utilità. Per questo motivo il mondo continua ad essere attaversato da lotte e contestazioni di ogni tipo.

Un esempio pratico delle cose che mi sono capitate e che ho fatto: raccogliere frutta di altri. Una delle mie vicine di casa ha due bellissimi alberi da frutto nel giardino, ma non coglie i frutti: li lascia cadere sotto il peso della maturità per terra e marcire.

Le ho chiesto di poterli raccogliere, ma si è infastidita.
Devo ammettere che sono sempre molto combattuta. Li raccoglierei tutti io e un paio di volte ho scavalcato il cancello per prenderne qualcuno.

Ora, un caso simile, stante il fatto che non ho rubato da un frutteto per il commercio, ma raccolto qualche frutto lasciato cadere in un giardino, come lo considerate? Una mancanza di rispetto oppure dare una utilità a qualcosa di prezioso e sprecato? In fondo è quello che fa il diritto e lo stato con i beni di proprietà intellettuale: se non sfrutti un brevetto che hai depositato, dopo cinque anni perdi il diritto di sfruttarli e la concorrenza può utilizzare il tuo prodotto di ingegno senza essere perseguibile per “infringement”. In scala ridotta, questo principio si può secondo me applicare, con il giusto buon senso, ad altre situazioni della vita quotidiana, per esempio la stupenda pianta da frutto della vicina o di quella in fondo al quartiere, altra signora che, a richiesta, si è rifiutata di lasciarmi raccogliere i suoi frutti, salvo poi lasciarli cadere per terra a ricoprire la terra con un manto di favolosa frutta profumata.

Va bene, lo ammetto, ho un debole per la dolcezza della frutta, che amo mangiare con miele e cacao e mi si stringe il cuore quando io compro frutta semi natura al supermercato e poi vedo quella matura e dolce per terra.

La riflessione resta però valida: perché legittimare lo spreco dei frutti deperibili della terra e, invece, “espropriare” i frutti della mente?

Sto scrivendo chiusa in casa, senza corrente elettrica, usando le candele che avevo comprato per creare atmosfera romantica. Le ho messe sotto la pentola e sto cuocendo da quattro ore il mezzo kg di albume che avevo comprato, per evitare di buttarlo via per problemi di conservazione nel frigo che, senza corrente, non funziona. Mi sono lavata i capelli. Il sole è andato via e se non mi ammalo è un miracolo. Nel 2018, in Italia, – uno dei sette paesi industrializzati del mondo, nonché parte del G8, in grandi Big che decidono le sorti del mondo, – alla periferia di Roma, – che i romani si ostinano nostalgicamente ed anacronisticamente a chiamare Caput Mundi – sto facendo una vita da pieno medio evo. In senso letterale.

I motivi sono semplici e sono tre.

Primo motivo: L’economia del terzo millennio è una economia tecnologica, in cui tutta la comunicazione ed il marketing passano dal web, quindi, essere senza telefono e connessione internet è invalidante. Solo i lavoratori manuali locali, per esempio muratori, sarte, badanti, er cetera si salvano dalla necessità del web, perché il loro lavoro è immediato, si basa su piccole mansioni, organizzato da altri ed entro uno spazio ristretto. Tutti gli altri, in particolare i giovani ed i laureati, che abbiano intrapreso una vita professionale di lavoro intellettuale e moderno, sono invalidati, dovendo gestire tutta la vita col web, dal car sharing , al conto bancario, comunicazioni con chiunque, marketing social, amicizie e persino sentimenti.

Quindi, vivere in una nazione in cui il Wi-Fi non è Garantito in quota minima di servizio essenziale dallo Stato è invalidante e ti lascia alla mercé delle compagnie telefoniche che applicano tariffe e ruberie di tutti i tipi per scaricarti il credito nel più breve tempo possibile.

Nel 2018, il Wi-Fi dovrebbe essere garantito almeno per tre ore al giorno a tutti i cittadini grazie al pagamento delle tasse, nello stesso modo in cui vengono garantiti altri servizi infrastrutturali fra cui le strade.

Quello che non capisce il mondo occidentale è che una quota base dei servizi essenziali va garantita a tutti, sotto forma di servizio pubblico, per evitare emarginazione, criminalità, associazione mafiosa. Garantire una quota base di servizi pubblico che permettono una minima e dignitosa sopravvivenza a chiunque è l’unico vero strumento contro ogni forma di criminalità e sfruttamento, perché l’uomo a cui venga garantito il servizio minimo, può scegliere il destino della propria vita con la consapevolezza di chi non è condizionato dalla rabbia o dalla disperazione o dalla necessità di sopravvivenza. L’uomo deve essere messo in condizioni di investire sul proprio miglioramento, non di passare il tempo a cercare di sopravvivere.

Per sopravvivere non serve un reddito di cittadinanza, serve avere gratuiti i servizi essenziali. Si può sopravvivere infatti anche senza spendere, se la rete sociale garantisce le Infrastrutture minime, i servizi minimi, il cibo minimo. Basta il minimo. Grazie al minimo, l’uomo può ingegnarsi per lavorare, anche poco, anche in nero, ma lavorare.

Secondo motivo: per un insoluto con Eni, mi sono trovata senza energia elettrica. Io abito in un magazzino ristrutturato, senza gas, in cui tutto dipende dalla luce. Non posso cucinare. Non posso asciugarmi i capelli. Non posso fare la doccia calda. Non posso ricaricare il telefono. Senza luce, sono quasi come in prigione in stanza di isolamento. Lo posso dire perché sono stata persino arrestata ed ho visto dove viene messa la gente in attesa di trovare un avvocato ondi convalida dello stato di arresto: viene messa in una stanza di 4 metri quadrati con luce artificiale (tipo Kubric di Arancia Meccanica) con una misera finestrella da cui non passa nemmeno l’aria per respirare. Nella stanza non c’è niente, tranne i muri sporchi e un ripiano che funge da Brandina. Incredibile. In pratica, una tortura. Una persona non colpevole in attesa di convalida, viene messa dove vengono messi I delinquenti in stato di punizione. Apro e chiudo la parentesi sul fatto che una persona arrestata, in attesa di convalida, dovrebbe essere messa in un monolocale con tutti i servizi minimi per limitare i danni dell’errore commesso con l’arresto. Chiusa questa parentesi, torno alla luce elettrica.
La luce elettrica è gestita da grandi società che non dovrebbero mai permettersi di staccare totalmente il servizio da un giorno all’altro, ma limitarlo fortemente. Così come le metropolitane hanno lo sciopero limitato alle fasce consentire per permettere ai lavoratori di andare a lavorare, parimenti le società di fornitura di acqua, luce e gas, in caso di insoluto, dovrebbero garantire il servizio a fasce orarie limitate, per esenpio dalle 6 alle 8 del mattino e dalle 22 alle 24 di sera. Così facendo, l’utente, sia un professionista, una famiglia o un’azienda, sarebbe in condizione di oggettivo disagio, quindi stimolato al pagamento il prima possibile, ma al tempo stesso non sarebbe invalidato da un momento all’altro nella gestione della vita quotidiana. Potersi fare una doccia al giorno, poter fare una lavatrice, poter cucinare una volta al giorno sono le tre cose che permettono all gente di vivere in modo dignitoso, socialmente presentabile, quindi in grado di lavorare. Chi darebbe lavoro ad una persona sporca, sporca nei vestiti e con i capelli unti? Chi si fiderebbe di una persona che deve rimediare un pasto caldo nei bar non potendo cucinarsi nemmeno un uovo o un caffè latte?

Colgo l’occasione per spiegare che io mi trovo in questa condizione perché purtroppo ho una famiglia disgraziata, che spera in un mio fallimento socio-professionale per riavermi a casa. Me ne sono andata ancor prima della laurea e la mia decisione non è mai stata accettata. Una vita di inseguimenti e vendette, per non essermi voluta occupare dei problemi di coppia dei miei genitori genetici. Purtroppo fai genitori non si può divorziare. Il legame di sangue è sancito dalla legge. Oggi, avendo aperto partita iva e non volendo tornare ad essere dipendente, mi trovo senza niente e con una famiglia che il giudice dovrebbe costringere ad occuparsi del mio stato di temporanea indigenza. Il giudice non lo fa, perché io, essendo fuori casa in condizione di sfratto da un appartamento che tuttavia non sarebbe a norma di legge (tutto complicato), avrei la pratica soluzione di tornare a vivere a costo zero sotto il tetto genitoriale, avendo i miei genitori una villa a schiera di quattro piano di 65 metri l’uno. Ora, al giudice non importa pensare che i miei genitori potrebbero vendere la stessa Villa, per comprare a me un monolocale e per se stessi un trilocale: il giudice non fa economia, non fa il politico, non fa l’imprenditore, fa il giudice, anche se, con i propri giudici, di fatto ricopre tutti i ruoli ricopribili. Purtroppo.

Tornando all’oggetto del mjo articolo, gli errori della società occidentale, ecco il terzo.

La società occidentale sembra essere basata sul capitalismo, invece si fonda sulla sua degenerazione nel consumismo. Ho potuto appurare tutti gli sprechi che permetterebbero di garantire quella sopravvivenza minima che permetterebbe alle categorie deboli di sopravvivere senza impattare sullo stato, sulle casse previdenziali, ma riciclando o usando semplicemente gli esuberi dell’economia del consumo. Per esempio, non si contano tutti i generi alimentari buttati da supermercati, fornai, pasticceri e ristoratori di ogni tipo. La semplice gestione degli esuberi e degli scarti della vendita, non necessariamente avanzi, ma semplici scarti, permetterebbe a tutta la popolazione indigente di sopravvivere. Ho potuto verificare che per vivere dignitosamente, la spesa alimentare giornaliera potrebbe essere di solo tre euro in Italia: 100 euro al mese. Frutta, cereali e legumi, latte, uova hanno un prezzo accessibile e consentono di vivere. Tutto il resto, caffè incluso può essere comprato su base mensile invece che giornaliera. Se poi penso a tutti gli esuberi di pizzerie e forni di fine giornata o ai prodotti in scadenza, allora diventerebbero disponibili anche pane, pesce e carne.

Alle persone per vivere bastano tre cose: la possibilità di dormire e lavarsi, di mangiare, di spostarsi e comunicare. Garantendo questi tre bisogni minimi, per lo meno a livello ristretto, di quartiere, il livello generale di benessere aumenterebbe e con esso diminuirebbe il livello di disagio e criminalità. Ognuno dovrebbe poter sopravvivere entro il raggio di cinque km da dove vive, se si ragiona di periferia, spazio percorribile persino a piedi, oltre che in bicicletta, ed entro cui i mezzi pubblici dovrebbero essere gratuiti esibendo semplicemente una tessera di identità con il domicilio. Qualunque persona ambiziosa, sarà stimolata a cercare di vivere oltre quei cinque chilometri. Se si ragiona di centro cittadino, l’area di “libera sopravvivenza” potrebbe essere garantita entro un kilometro, al dj fuori del quale, anche i mezzi di trasporto tornano ad essere a pagamento. Nei centri città, infatti, i negozi e le attività sono spesso più dense che nelle periferie. In ogni caso basterebbe verificare, in base all’urbanistica specifica, che ogni area di “libera sopravvivenza” abbia uno o due supermercati e farmacie, bar – in cui pagare anche le bollette e ricaricare i telefoni -, uffici postali, centro internet e ufficio (con computer e servizio fotocopie), lavanderia, e un parco. Con servizi minimi di questo tipo, ogni persona può sopravvivere ed impegnarsi per vivere meglio.
Purtroppo, la nostra società capitalistica, investe in operazioni di immagine, in fondazioni, associazioni di beneficenza, ong e altre società che spesso fanno poco o troppo poco in proporzione ai fondi che ricevono ed ai bisogni concreti. D’altro canto, tutte queste associazioni non sono altro che un mezzo di redistribuzione dei soldi e del reddito, un modo per creare nuovi posti di lavoro e salvare proprio l’immagine di quelle stesse società capitalistiche che, di fronte al caso singolo, voltano le spalle.

Guardare in faccia il bisogno è impegnativo, coinvolgente e imbarazzante: delegare a terzi è più facile e solleva da qualsiasi senso di colpa.

Chiudo con una riflessione sulla mia famiglia: la situazione giuridica andrebbe modificata in modo da consentire alle persone come me di “divorziare” dai genitori, senza dover aspettare la loro morte per ereditare beni, se ancora in esistenza, che non servirebbero più. Mi spiego meglio: quella quota di eredità che viene chiamata legittima, dovrebbe poter essere riscossa in qualsiasi periodo della vita, a fronte della rinuncia a qualunque altro diritto ed a fronte, anche, del cambiamento del nome e cognome che sono stati dati alla nascita. Nella società che vive di debiti, cessione del credito, investimento su cessione di crediti futuri, non ha senso lasciare un intero patrimonio ai genitori e dover aspettare le
Loro decisioni o, peggio, la loro morte naturale. Se fare un figlio è una scelta economica, come tale va trattata in tutto, anche nel rispetto della volontà imprenditoriale di autodeterminazione del figlio. Il buon padre di famiglia deve garantire quella quantità di ricchezza che il figlio deve poter chiedere un riscatto della patria potestà. Una volta c’era la dote della figlia in sposa, oggi non c’è nulla. Come figlia, pretendo la mia legittima sugli attuali beni in capo ai miei genitori, liberandoli dalla patria potestà e liberandomi io stessa da ogni legame giuridico con loro. Non ho chiesto io di nascere.

Ora, in tutto ciò, ho fatto tutto quello che c’era da fare e continuo a farlo. Mi tengo curata, gestisco io mio stress e promuovo la mi attività di coaching.

 

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