“Pago dopo”

La vita è fatta anche di formule magiche, frasi che, se pronunciate nel momento giusto nel modo giusto, possono far accadere cose, che altrimenti non accadrebbero. Sto ancora imparando a conoscere queste frasi: la tragicomicità della vita e come dribblare le contraddizioni del sistema non te la insegna nessuno, la impari tutti i giorni in base a come e dove vivi.

Come ormai tutti sanno nella zona in cui vivo e come sanno quelli che leggono il mio blog in silenzio, il mio business non decolla ed io sono senza soldi.

Senza soldi per mantenere le mie spese web, senza soldi per continuare le mie ricerche sulla nutrizione e comprare ingredienti “non primari”, senza soldi per pubblicare il mio libro, senza soldi per comprare una lavatrice – lavo a mano da quattro mesi -, senza soldi per avere un abbonamento wi-fi – mi collego dai MacDonald e dai Carrefour (i wi-fi dei centri commerciali e il Wi-Fi metropolitano non sempre funzionano) – , senza soldi per curare a buon livello il mio corpo – mi sono persino tagliata i capelli da sola e per fortuna che non ho fatto un cattivo lavoro -, senza soldi, ormai, persino per curare la mia nutrizione.

Tecnicamente, in questa fase, sono in uno stato di “povertà assoluta”, in base alle definizioni economiche dello stato, che non vuol dire che io sia una persona senza beni o in condizioni non dignitose. Sono semplicemente senza soldi per condurre la vita quotidiana ai livelli minimi: faccio fatica a fare la spesa e mi ritrovo a chiedere ai supermercati o agli esercenti di poter recuperare il loro reso di fine giornata, quello un po’ ossidato, quello non più in condizioni di essere venduto al pubblico a prezzo pieno.

Questa situazione mi sta scoprendo un mondo. Sto apprendendo e vedendo cose che voglio scrivere. Per esempio ieri sera sono entrata in una nota pizzeria, che aveva già pulito tutto e messo tutte le sedie sui tavoli, ma vendeva ancora i pezzi secchi di pizza al pubblico. La vendita del prodotto, appena sfornato e fresco, dovrebbe terminare prima dell’inizio delle pulizie. Il prodotto della vetrina è il primo a dover essere ritirato nella chiusura del locale e se resta qualcosa, dovrebbe essere consuetudine regalarlo a chi, di passaggio, dovesse averne bisogno, invece viene veduto a prezzo pieno fino all’ultimo, mentre i dipendenti spolverano e puliscono con i detergenti. Mi viene da ridere perché di fianco a me un ragazzo lo ha comprato e fuori dal locale gli ho chiesto se gli piacesse la pizza secca e fredda da chiusura locale.

Per fare un altro esempio, io frequento tutti i giorni lo stesso centro commerciale e, proprio qui al Sud in cui “la conoscenza” dovrebbe contare, non conta nulla. Ho chiesto a tutti gli esercenti presso cui ero cliente, oltre a qualche nuovo, la stessa cosa: poter ritirare il prodotto non più vendibile, rendendomi disponibile persino a firmare una liberatoria per l’esercente, che mai dovrebbe essere accusato di somministrazione di prodotto non conforme, ma ho ricevuto risposte ai limiti del patetico.

Per esempio, il titolare di una nota caffetteria mi ha risposto che i tramezzini che avanzano se li mangiano loro, quindi non avrebbe potuto farlo a me. Giusto. Mi sembra normale che se li mangino loro. Per lo meno mi è stata data una risposta sincera invece che dirmi di contattare la sede generale o la società di recupero reso. Ho lavorato nella ristorazione, fin dai tempi dell’università, abbastanza da sapere quanta roba gira nelle cucine e che giro fa.

Quando facevo la cameriera, a volte, offrivo il caffè (acqua calda infusa a conti fatti) in locali in cui il costo unitario non si sa cosa sia, ai clienti per compensare il ritardo del servizio e lo facevo “senza autorizzazione”: ambivo alla mancia e a far rimanere il cliente contento del locale anche se non era mio. Io gestivo il tavolo e non volevo perdere il cliente per un ritardo della cucina e dover spiegare in cucina che non era il caso di perdere un buon cliente. Dalla cucina non potevano capire chi ci fosse in sala. Dovevo solo essere veloce a ritirare le tazzine: qualcuno che controlla il tuo tavolo c’è sempre.

Per fare un altro esempio, il titolare di una compagnia di Sushi ha detto che non è autorizzato e quando gli ho chiesto a chi chiedere l’autorizzazione non ha saputo dirmelo, semplicemente perché il capo era lui e non ha avuto il coraggio di dirmi che la risposta fosse “NO” solo per motivi personali.

Per fare un altro esempio, i direttori di una nota catena americana non hanno nessun potere decisionale e ti rispondono di scrivere alla sede centrale e ti trattano con internazionale distacco nonostante siano persone locali in tutto. Indifferenza istituzionale pura. Si sa benissimo che nella ristorazione ci sono grandi avanzi – in tutti gli esercizi la gestione delle scorte è persino oggetto di studio universitario e può fare la differenza nei margini aziendali – ma chi gestisce a livello locale questi “avanzi” dimostra totale indifferenza verso i “locali”. Da sottolineare che nelle vetrine dei dolci ho visto gli stessi dolci con panna e fragole per due giorni: la sera in chiusura sono rimasti in vetrina e la mattina erano sempre lì.

Per fare un altro esempio, mi sono trovata al banco del pesce mentre il dipendente stava mangiando. Pur avendolo visto mangiare, pur avendo lui visto che io lo avevo visto, alla stessa domanda ha avuto il coraggio di rispondermi di no, che non avrebbe potuto darmi nulla. Da sottolineare che nello stesso supermercato ho visto persone prendere la frutta dai cesti e mangiarla con disinvoltura, facendo finta di nulla, senza pagarla, come se fosse tutto offerto in assaggio. Da sottolineare che presso lo stesso supermercato ho accumulato punti che non posso usare in nessuno modo. Ho scritto alla direzione generale e chissà quando avrò risposta: i direttori locali si dimostrano tutti impiegati incapaci di prendere qualsiasi decisione personale, pur sapendo che i conti non tornano mai e pur conoscendo bene i punti deboli dell’offerta. I prodotti in scadenza vengono venduti al 50% e persino roba cucinata e ossidata viene venduta per un paio di giorni. Ebbene: anche quella roba viene venduta fino all’ultimo minuto, come fanno i noti pizzaioli, invece che essere messa a disposizione di motivati richiedenti.

Non ho finito. I locali dei piccoli negozi magari si dimostrano disponibili una volta, ma non la seconda. Mi è capitato che una pescivendola mi abbia dato i resti che avrebbe buttato, – che fortuna!! – per cui io le ho regalato, nei giorni seguenti, qualcosa che avrei buttato, una collana di ametista.

Un po’ di solidarietà l’ho ricevuta dai ragazzi che lavorano all’old Wild West che mi hanno vista passare alcune volte a ritirare un sacchetto di arachidi senza sedermi a consumare, prodotto che la loro azienda offre ai clienti senza pagare, in forma di benvenuto in attesa della comanda.
Un barista mi ha offerto un cappuccino ed il gestore, credo egiziano, di una pizzeria dietro casa mi ha regalato tre supplì in chiusura, comportandosi meglio della nota pizzeria. La cosa bella di questo egiziano è che io non gli ho chiesto nessun resto: io mi sono offerta di lavorare, gli ho spiegato che avevo finito i soldi per la gestione quotidiana, quindi lui ha capito e senza dire molto ha preso tre supplí che gli avanzavano dalla vetrina, ha iniziato a metterli in un sacchetto chiedendomi se mi piacessero. Io gli ho detto di sì, a quel punto me li ha allungati dicendo: “almeno mangi qualcosa”. Io li ho presi.

Preferisco non continuare la lista per non dilungarmi troppo, ma potrei continuare a raccontare episodi con altri esercenti o persone. Un ragazzo mi ha persino prestato una moneta da un euro. Quando gli ho accreditato l’euro con PayPal mi ha detto che non sarebbe stato necessario, sentendosi forse un eroe, ma io ci ho tenuto a spiegargli che mi aveva fatto la cortesia di prestarmi un euro e che non avrei potuto considerare quel gesto come diverso da quella era: non era certo un atto di solidarietà o di seduzione, perché se qualcuno, magari una ragazza carina, che ha bisogno di un euro per fare la spesa, da maschio, se ci vuoi provare cogli l’occasione per farle una spesa decente ed invitarla a cena, oppure, semplicemente, le offri di più per semplice comprensione della situazione e solidarietà reale.
Un noto caffè al terzo piano di un noto centro commerciale mi ha lasciata seduta ai suoi tavoli per tre giorni e per ore senza offrirmi nulla, mentre pubblicavo pubblicità al locale stesso sui social e constatando che, per coincidenza, anche dopo aver chiacchierato con alcune persone, è aumentato il consumo dei vari caffè alternativi all’espresso. Avevo infatti commentato con alcuni clienti e con i baristi che io, pur essendo italiana, preferisco consumare il caffè all’americana in forma di tisana, oppure sotto forma di shakerato, cocktail. Alcune signore mi hanno persino chiesto spiegazioni sul menu esposto pensando fossi seduta per il locale e mi sono trovata a spiegare le differenze fra i due menu. Risultato: aumentato il consumo di shakerati e caffè freddo.

In compenso, il cameriere, in uno scambio di battute, mi ha informata che avevano già una ragazza che andava da loro tutti i giorni a fare “immagine”. Ottimo. Quindi non stavo facendo nulla di nuovo e volutamente mi hanno lasciata al tavolo senza consumazione. Non abbiamo approfondito cosa intendesse per immagine. Io ho promosso il caffè. Si è comunque confermata la teoria di un mio ex sommelier e gestore di enoteca che sosteneva che al bancone di un locale come il suo, un locale ricercato naturalmente, non potesse stare una “bella donna” senza un bel bicchiere. Motivo? Immagine. Non contava per lui se la donna fosse astemia o non bevesse alcolici, il bicchiere le andava offerto in caso non consumasse o in attesa della consumazione. La mia vicenda si è dunque complicata avendo inserito anche la variabile “immagine” e “bellezza” o “marketing del prodotto” alle riflessioni e motivazioni “sociali”. Nel presentarti in un luogo non si bene quale fattore usare come leva o argomento di principale di trattativa. Attorno a questo argomento c’è molto imbarazzo: le persone sembrano tutte esperte a frequentare siti web “hard”, ma di persona, se non sei tu a proporti senza nessuna vergogna o timore della reazione, pare non riescano a gestire nemmeno una conversazione sull’immagine. Quando mi è stato offerto il cappuccino, sono stata io a dover chiedere che mi fosse offerto.

Come approccio standard, a tutte le persone a cui ho chiesto supporto ho spiegato che ho partita iva, che ho un’attività che non decolla, ho dato motivazioni, ho presentato un biglietto da visita, ho persino dato “piccole consulenze” per dimostrare la veridicità delle mie competenze.

Ad altri ho spiegato semplicemente che volevo degustare il loro prodotto, avendo un blog che parla di nutrizione, ma ho dovuto scrivere alla casa madre, che non si sa se risponderà. Il direttore di una caffetteria nazionale ha fatto persino la voce grossa per spiegarmi che sarebbero stati loro a chiamarmi per offrirmi in degustazione i loro caffè, da numero privato, non aziendale, dietro approvazione della azienda, che già aveva chiamato loro, ma non me. Nessuna certezza, dunque, da parte mia dell’avvenuto contatto e nessun accordo nemmeno per le recensioni.

Per fare un esempio, se io avessi un’azienda, darei un budget ai locali da gestire e vorrei essere informata su chi usufruisce dei “buoni”, per poter decidere e capire come si posiziona la mia azienda sia in termini di gradimento de prodotto, che di posizionamento sociale del singolo punto vendita. Lo farei sia per questioni di marketing che di social responsibility. Trovo contraddittorio che le aziende cerchino di rafforzare il brand e di ottenere il consenso dei consumatori con politiche di finanziamento di progetti di beneficenza, beneficenza, oppure progetti all’insegna della qualità e della salute, salvo poi non offrire nulla a un locale che faccia richiesta, senza accertarsi dei motivi della richiesta. Se fossi stata nel direttore di quella caffetteria, dopo aver visto che io avevo scritto l’email alla casa madre, in attesa di ricevere risposta avrei comunque offerto un prodotto a titolo personale. Che direttore è un direttore che non può offrire un caffè, ma aspetta una misteriosa email aziendale e si ripromette di chiamarti dal numero personale?

Prima di chiudere voglio citare un caseificio ed altri due bar. Il caseificio perché non mi ha offerto nemmeno un litro di latte: un produttore all’origine, senza costi intermediari, che non mi ha regalato nemmeno una mozzarella.

Forse mi avrebbe permesso di ritirare il prodotto e “pagarlo dopo”, ma non mi avrebbe consegnato nessun prodotto in altro modo gratuito.
Fra i bar, cito quello del centro sportivo vicino a dove abito, il più “in” della zona, in cui sono stata cliente per più di un anno consumando tutti i giorni dopo o prima l’allenamento, proponendo persino un menu sportivo per migliorare il punto di ristorazione. Non è bastato conoscere il titolare ed essere stata cliente che spesso si è fermata a parlare del più e del meno, per avere qualche ora di lavoro se non collaborare attivamente.
Cito un bar in un centro commerciale, perché mentre facevo la mia richiesta è passata una ragazza che ha chiesto i prodotti per la collega che avrebbe “pagato dopo”. Insomma, è così semplice? Devo dire che pago dopo?
Cito anche un ristoratore mio “amico” presso il quale ho consumato molti pasti negli anni, invitando persino amici e parenti, e pagato quasi sempre in nero, che non mi ha permesso nemmeno di lavare i piatti. Quanti soldi buttati. Quanto tempo sprecato. Se è vero che i soldi creano relazioni, io ne ho sprecati tanti.

Ah, dimenticavo. In chat mi è persino capitato un uomo che, volendo acquistare la mia auto In contanti (vendo anche una macchina), invece che anticiparmi venti euro per la benzina, ha risposto che gli stessi soldi me li avrebbe dati se gli avessi detto che mi servivano per mangiare perché avevo fame. Incredibile. Vuole comprare una macchina, ma non vuole mettere i soldi per la benzina perché il cibo è più importante della benzina. Incredibile.

Per chiudere, non potrò mai adottare la magica formula del “pago dopo”: non mi appartiene e non risolve il problema. Magari proverò, ma preferisco guardare in faccia l’esercente e proporgli una negoziazione. Prima o poi troverò l’esercente giusto oppure non avrò più bisogno di gestire il problema “giorno per giorno”. Sono una donna di quarant’anni ed una professionista: anche se provo a dimenticarmi di me stessa, ci riesco solo per parentesi di tempo entro la mia storia. Come piccole onde di superficie su cui brilla il sole, che si adagiano sulle onde più alte e profonde sottostanti.

“Pagherò dopo” anche io. Ci proverò. Chissà cosa si prova a vivere cercando negli occhi degli altri il consenso a dirsi una bugia. Forse è come quando moglie e marito si dicono che sono fedeli, ma non lo sono. Forse è come quando a scuola il professore finge di non vedere i ragazzi che copiano, immergendosi nella lettura del giornale e abbassando lo sguardo sulla colonnina in basso a destra.

 

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