La biografia negli alimenti

A21A3BAD-8BA3-496C-BD35-12BCEC4375EF

Con le dovute correzioni nel corso del tempo, la mia alimentazione proteica è sempre andata bene. Oggi, a quarant’anni, non ho intolleranze ed ho ottime prestazioni sportive.

Sono alta 163, peso una cinquantina di kg, ho il grasso oscillante fra 6 ed 8 a seconda dei periodi. Ho sempre ascoltato il mio corpo, prima in modo inconsapevole, ora in modo consapevole, facendo ricerca sui miei bisogni. Perché sento bisogno di un certo alimento in quantità maggiore di un’altra?

Fin da piccola mia madre mi ha sempre rimproverata di mangiare troppo companatico e poco pane. In casa mia si è sempre discusso anche per il cibo, fra i tanti argomenti di discussione. Mio padre ha sempre rinfacciato a mia madre di non saper cucinare come mia nonna e così via. Cibo e soldi. Abbiamo sempre discusso di questi due argomenti.

Per mia fortuna ho avuto nonne eccellenti. Nelle settimane in cui venivo lasciata da loro mi hanno trasmesso molto. Prima di essere operata di tonsille ero talmente magra che i medici, per sostenere l’operazione, mi prescrissero almeno due settimane di mare o campagna e buon cibo. Così i miei mi portarono da una delle mie due nonne con il compito di farmi mangiare in modo abbondante e due settimane dopo fui operata con successo. Ricordo ancora i piatti pieni che dovevo assolutamente finire. Giravo la forchetta, a volte un po’ a fatica, e arrotolavo tutti gli spaghetti o le tagliatelle cercando di prendere più ragù possibile, perché adoravo il ragù. Ogni piatto sarà stato almeno 120 grammi: era proprio pieno ed io avevo circa sei anni.
Da allora, i miei genitori mi lasciarono tutti gli anni un paio di settimane da sola con le nonne, entrambe in campagna, cuoche e sarte. Non mi hanno insegnato mai nulla, ma guardando ho imparato molto. Erano donne tradizionali nell’educazione, ma emancipate nel pensare e nell’agire, soprattutto in amore: si sono entrambe accompagnate con un buon partito, con due uomini belli e gran lavoratori. Una è rimasta vedova presto, perciò ha patito tutto il peso della solitudine rispetto ad un uomo che amava. Quando si lamentava, lo faceva con nostalgia. Diceva che quando un marito muore, si sta meglio perché si smette di litigare, ma lo diceva sempre guardando nel vuoto e con la voce che le si spezzava in gola ed abbassava tutte le volte. Non lasciava mai che i fiori al cimitero marcissero o si seccassero, aveva un intero giardino nel quale coltivava i fiori per andare a salutare il nonno ed ogni volta che lo guardava nella foto smetteva di respirare per un attimo e sgranava gli occhi fino ad inumidirsi. Capivo che questo era l’amore. Quello che non c’era fra i miei.
L’altra, invece, ebbe un incidente a circa 35 anni e rimase offesa agli arti inferiori, dovendosi sorreggere con apparecchi, quindi sopportando il peso della famiglia con il sopraggiunto handicap che fino alla fine ha coperto con bellissimi vestiti cuciti su misura da lei stessa. Nonostante l’handicap, non mi chiese mai di fare pulizie. Io ero la bambina e lei la donna adulta: lei le avrebbe fatte lo stesso in mia assenza.
Entrambe mi hanno lasciata libera di andare in giro per la campagna senza regole tranne essere puntuale a casa e non attraversare la strada. Avevo una bicicletta da entrambe. Salivo sul trattore, davo da mangiare agli animali, giocavamo a carte, studiavo.

Una di pianura, l’altra di montagna, mi hanno trasferito sapori e profumi delle ricette di entrambe le terre. Entrambe preparavano straordinaria pasta all’uovo, ripiena in modo diverso, entrambe brave con il ragù di carne, entrambe brave con i secondi in umido, una il coniglio e l’altra il pollo, entrambe un paio di salse di contorno, una verde al prezzemolo e l’altra il purè di patate, entrambe brave con i dolci per le feste, il pane e con la macchina da cucire. Una brava nei dolci al cucchiaio di cacao, nei biscotti farciti e nelle crostate, l’altra nelle torte elaborate con la frutta secca, zuppa inglese, dolce mattone e pesche, che assomigliano ai macaron.
Insomma, nonostante i miei fossero una coppia scoppiata, le mie nonne erano, senza saperlo, coordinatissime.

L’educazione sessuale me l’hanno in parte fatta loro, sempre indirettamente, sempre con tatto: in modo diretto sono andate sull’argomento, ma non sono mai scese in particolari intimi. Si è sempre capito tutto. Entrambe erano due donne appesantite dai doveri di famiglia, per motivi diversi, che mi hanno sempre ripetuto, con attuale lungimiranza, che sposarsi non è un dovere e nemmeno necessario, di guardarci dentro bene prima di farlo, visto che io vivevo in tempi più moderni.
Erano davvero due donne in gamba. La loro capacità di visione e la loro presenza mi ha sempre colpita. Solo oggi mi rendo conto di quanto nel profondo siano arrivate.
Peraltro, pur essendo cresciute nel loro piccolo terreno, erano particolarmente aperte di mente perché entrambe, alla televisione, sceglievano programmi che parlavano di terre lontane. Una delle due amava guardare “Anche i ricchi piangono”, telenovela argentina di cui non perdeva una puntata. L’altra amava guardare “linea Verde”, trasmissione di agronomia in cui si appassionava a guardare tutta la frutta e la verdura prodotta nelle altre regioni d’Italia e negli altri stati. Incredibile. Invece che essere campaniliste, erano sempre affacciate sul mondo. Una delle due avrebbe voluto aprire una boutique, ma i tempi non erano maturi, l’altra invece faceva maglioni in continuazione.

Insomma, ho imparato a cucinare mangiando. I pasti erano sacrosanti e regolarissimi. Colazione circa alle 9, pranzo per le 13, merenda per le 16, cena per le 20. Non faceva in tempo a venirmi fame, che trovavo già il piatto pronto sul tavolo e dovevo solo lavarmi le mani. Pur essendo entrambe cattoliche, non hanno mai preteso la benedizione del pasto: ognuna ha sempre recitato le proprie preghiere per conto proprio. Grazie alle nonne ho avuto una regolarità. Ho imparato a distinguere le necessità, i tempi, le fasi.

Con mia madre e mio padre sempre confusione. Una coppia scomposta soprattutto a tavola, occasione imperdibile per manifestare il reciproco scontento.

Tornando a mia madre che mi rimproverava per il troppo companatico, per mia fortuna, la mia personalità si manifestava fin da ragazzina. Io sentivo l’esigenza di mangiare poco pane e mangiare più prosciutto, per esempio. Gia allora avevo bisogno di proteine e di dolci. Mangiavo il ragù alla bolognese a cucchiai, mi nascondevo per mangiare la nutella con i grissini, adoravo la macedonia e ne mangiavo intere tazze. Mia madre a fare la macedonia era brava: usava abbondante limone con fragole, mele e banane solamente. Non mischiava altri frutti, sempre quei tre. La faceva a maggio e a giugno, solo nel periodo delle fragole mature. Si, mangiavo tazze di Macedonia con ricotta e zucchero. Fra i primi piatti adoravo i tortelli, pasta all’uovo ripiena, e quando andavo dalle nonne, spesso, mangiavo due primi piatti invece che primo, secondo, contorno e dessert. Amavo l’erbazzone, una torta salata senza lievito con spinaci e parmigiano.
Bevevo caffè e tè a seconda delle ore della giornata, il caffè a colazione, il te con limone di pomeriggio con i biscotti. Amavo le macine alla panna, la crostata di prugne e le mousse, il dolce gianduia ed i sughi d’uva.
La carne mi è sempre piaciuta solo se saporita e tenera. Preferivo gli organi e mangiavo persino i fegatini col prezzemolo.
Nel periodo in cui ho fatto gli allenamenti pomeridiani di atletica, ricordo che mangiavo abbondanti piatti di pasta al ragù a pranzo, mele e yoghurt prima di allenarmi, arance e tè con i biscotti al ritorno, bistecca o uova la sera. Stavo bene.
Il pesce ho iniziato a mangiarlo all’estero in vacanza e dopo i 20 anni a cena con gli uomini. La prima volta che ho affrontato uno scampo e un gambero è stato con un amante che si divertiva a portarmi al ristorante e vedermi imparare a spolparlo.

Purtroppo i miei, come è normale che avvenga fra le coppie che non vanno d’accordo, sono usciti poche volte a cena ed hanno fatto poca vita sociale. Ricordo poche vacanze e poche cene. Una delle più belle in Svizzera, a Livigno, dove ho conosciuto la fonduta di carne e formaggi, il Toblerone e tutte le varietà di cioccolata. Mia madre, purtroppo, ha sempre represso i sensi e persino respinto i regali. Avevo solo sei anni quando mio padre le regalò un orologio importante e lei si incazzò perché erano soldi spesi male. Avevo solo sei anni, ma ero dispiaciuta per mio padre e non capivo perché i miei stessero insieme. Nonostante avessi solo sei anni, persino io capivo che a mia madre sarebbe servito un orologio al lavoro e che non si trattava di un regalo superfluo: non era un completino intimo, era un orologio. Insomma, a casa mia si mangiava per nutrirsi e anche fare regali non è mai stata nemmeno una tradizione.

Non ho ricevuto nessuna educazione a tavola prima dei 20 anni, se non dalle mie nonne, che mi dicevano cose semplici come: “stai seduta in modo corretto”, “non si spizzica l’uva”, “si usa il cucchiaio di servizio”. Ad apparecchiare ho imparato lavorando nella ristorazione, la mise en place, nonostante mio zio avesse fatto il cameriere. Quando la famiglia si riuniva non si parlava mai di contenuti interessanti, assistevo sempre e solo ai soliti litigi fra fratello e sorelle. A casa di mia nonna, dove mangia mio zio, non si distinguono nemmeno i bicchieri. Era bravo a fare il cameriere quando stava fuori, ma quando rientrava a casa era come mio padre: faceva il figlio della nonna e dettava regole a sua moglie, mia zia Patti, una donna remissiva, e suo figlio, Stefano, mio cugino. Anche mio zio e mia zia hanno sempre avuto problemi di sovrappeso.
Mio padre non ha mai rispettato quelle regole che proprio sua madre mi ha dato: si è sempre servito da solo con il proprio cucchiaio invece che con quello di servizio ed ha sempre bevuto a collo, ha sempre apparecchiato per se stesso e iniziato a mangiare senza aspettare nessuno. Bere a collo dalle bottiglie divenne un motivo di aspra discussione, perché quando rientrava da uno dei suoi incontri extraconiugali, nella notte, apriva il frigo e si metteva a bere, io mi innervosivo al punto da provare repulsione fisica.
Mia madre iniziò a dedicare più tempo alla cucina quando andò in pensione ed io ero già cresciuta. Mio padre, invece, si è sempre dedicato a liquori e marmellate. Tutti gli anni preparava bottiglie di nocino, laurino, mandarinetto. Insomma, si divertiva a fare liquori, che poi beveva. Ha sempre avuto il vizietto a fine pasto e la sera si alzava dal divano per andarsi a fare un bicchierino.

Stranamente, pur essendo uno dei miei nonni un viticoltore, in casa mia non si sono mai bevute pregiate bottiglie di vino e mia madre quasi non sa distinguere un vino da un altro.

Non appena compiuto diciotto anni, dopo la maturità, per lavorare è stato normale per me iniziare con la ristorazione e il settore alberghiero, in cui ho vissuto varie esperienze, sala, cucina, caffetteria, colazione in sala, matrimonio, persino mini club. Ogni posto di lavoro in cui sono stata mi ha fatto formazione, così ho imparato le regole. Mi sono trovata male all’estero, dove c’era competizione per accaparrarsi il tavolo e le mance e dove bisognava anticipare il conto,’prima del pagamento del cliente, per evitare errori di cassa. Non sono mai stata brava a prendere il tavolo migliore, però ho sempre avuto buone mance forse proprio perché avevo una certa calma nel gestire il tavolo. Mi sono sempre scusata per i ritardi della cucina ed ho sempre offerto un caffè o un dolce anche di nascosto. Fra le amiche di mia madre ricordo bene l’Annamaria, una intellettuale separatasi da un matrimonio violento e che aveva fatto un viaggio in India. Tornando aveva insegnato il “pollo all’engadina” a mia madre. Era l’unica amica in grado di tener testa a mia madre nel ragionamento e di metterla in imbarazzo. Voce pacata, sempre ritmata, slanciata, magra, con capello orgogliosamente argentato già trent’anni fa, profilo molto giovanile.

All’università ho iniziato a organizzare cenette e a confrontarmi con tutti. Ho iniziato con le diete, con le tazze di caffè e con i superfood, in particolare ginseng e guarana in polvere, nello joghurt. Studiando avevo riempito la 42, così feci la mia prima dieta e mi sgonfiai subito: uova sode a colazione per tre giorni con fette biscottate, caffè e burro di arachidi, tonno e cavolfiore a pranzo, cena con gelato. Per gli ospiti preparavo tre piatti: le lasagne, le melanzane alla parmigiana, l’erbazzone, il dolce gianduia. Erano per me tutte facili: strati di pasta o versura farciti in diverso modo ed un dolce al tegamino. Inserii presto anche il dolce salame al cioccolato e biscotti, sempre pronto in freezer da abbinare ad un buon gelato.
Anche all’università avevo una bicicletta.

Ho conosciuto il vino, come il pesce, all’estero e a cena con gli uomini. Ricordo le vacanze in Francia e Spagna come quelle in cui più mi sono dedicata ad assaggiare nuove pietanze.

Non mi vergogno a dire che dai 20 ai 32 anni selezionavo gli uomini anche in base alla cena che mi offrivano, perché amavo che loro mi insegnassero quello che era un piacere della vita, il cibo in una cena a due. Sono uscita anche con uomini scarsamente attraenti, ma molto educativi. Essendo più giovane avevano molto rispetto della differenza di età ed era chiaro che per loro era una fortuna essere a cena con una ragazza di dieci o quindici anni in meno. Il tema età, in casa mia, era senza regole: mia madre era più anziana di mio padre, mia zia, sorella di mia madre, era più giovane di mio zio di tredici anni. Insomma, nessuna regola. Ricordo ancora quando mio zio Mario veniva a moroso da mia zia Annarita. Si chiudevano in sala ad amoreggiare sulla poltrona di pelle per un paio di ore. Mi salutavano sempre. Al tempo funzionava così: ci si corteggiava in casa, apertura mentale e controllo al tempo stesso.

Per tutti quegli anni ho fatto sesso come si mangia un dessert a fine pasto. Mi sembrava normale che dopo una buona cena ci dovesse essere un buon sesso e ho smesso quando ho iniziato a frequentare aperitivi o quando gli uomini hanno smesso di portarmi a cena in ristoranti di buon livello.
Per far capire che non avevo gradito la scelta e che non avrei fatto sesso, pagavo la mia parte: segnale che sarebbe finita li. Una volta mi capitò persino che uno si offese, perché capendo che non si sarebbe consumato sesso, pretendeva di pagare, seppur poco. Dovetti quindi lasciarlo pagare, ma me ne andai in taxi: gli lasciai fare la figura del maschio nel ristorantino di quartiere in cui mi aveva portato, capendo che in quella zona era come far sapere che mi avrebbe trombata, ma alla cassa chiesi se avevano il numero dei taxi, lasciando intendere che probabilmente non sarebbe andata come immaginavano. Di fatto, fuori dal ristorante, lui si incazzò ed io presi il taxi.

Mi capitò anche in un hotel. Dopo una buona cena, arrivammo fino In stanza, ma all’ultimo mi tirai indietro. C’era qualcosa di diverso rispetto al normale desiderio per me, infatti lui pretendeva il sesso, ed io me ne andai. Forse ero già finita sotto controllo. Forse stavano già provando a filmare di nascosto gli incontri.
Eravamo all’Hillton a Roma, nel recente 2014 dopo aver cenato credo alla Scialuppa a Fregene, non ricordo bene. Lo conoscevo, era un toscano di passaggio, che avevo già incontrato due anni prima. Due anni prima era andata bene, ma due anni dopo no. Lui era diventato pretenzioso, non era più divertente. Uno dei tanti che ho conosciuto in chat.

Tornando al cibo, ho poi letto libri, frequentato degustazioni e professionisti del settore, che mi hanno raffinato l’’educazione. Agli uomini della ristorazione piace insegnare l’arte di stare a tavola e ne fanno un’arma di seduzione. Oggi purtroppo non funziona più. Non c’è mai abbastanza tempo per stare un paio di ore ad un tavolo. Oggi sono in grado di preparare a me stessa una cena da chef, cocktail incluso, ma soprattutto il cibo non è più uno strumento di seduzione.

Nel corso degli anni mi sono messa a dieta circa quattro volte. Ho sempre oscillato fra la 42 snella e la 44, che per la mia altezza significa circa 6-8 kg ben distribuiti. Sono arrivata ad un massimo di 15 kg in sovrappeso, davvero tanti, ma ben portati grazie allo sport che ho sempre fatto. Non sono mai stata magra come oggi da quando sono donna ed essere sia magra che muscolosa con un grasso oscillante fra il 6 e l’8 è una sensazione nuova, che mi ha cambiata.

Cambiare peso implica cambiare metabolismo, abitudini, la biochimica interna, gli equilibri corporei, la sensibilità. Non è solo un fatto riducibile alla taglia ed alla silhouette, è un intero modo di vivere che cambia. La vita è lunga e le oscillazioni di peso sono naturali.
È importante però avere sempre il ricordo di come si sta bene quando si è magri. Tutte le cose che si riesce a fare con leggerezza e agilità, tutti gli abiti che si riesce a indossare con disinvoltura, tutta la libertà che si prova in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo, perché il peso forma fa sentire in pace con se stessi.
Ovviamente il sesso è condizionato positivamente dal peso forma: la sensazione di appagamento personale che prescinde dal partner, si trasmette a qualunque partner. Per questo motivo uno dei segreti per avere una buona attività sessuale è avere una buona forma, possibilmente essere il proprio peso forma. Così, cibo e sesso trovano il loro punto di unione, non solo a tavola. Io sono rimasta single, ma mai per problemi  legati alla sfera sessuale, sempre e solo per mancanza di sentimenti sufficienti al matrimonio.

Oggi ho arricchito ulteriormente con proteine per sportivi, noci e semi.

 

Annunci

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.