Nata per dovere

Per il mio potenziale avvocato, per inquadrare il contesto in cui sono stata vittima di una serie di reati per i quali cerco difesa e indennizzo

Quello che mi sta accadendo merita la verità.

Sono figlia di una coppia di genitori che, negli anni della libertà sessuale e dell’emancipazione dei diritti civili, mi ha “fatta”, – uso il verbo “fare” consapevolmente essendo il verbo che più spesso i miei genitori naturali hanno usato con me nelle discussioni -, per dovere. Sì, non sono stata concepita per amore, ma sono stata fatta per dovere. La mia storia inizia così. Io sono il prodotto di una coppia di essere umani, non sono una figlia.

Bene. Fui fatta a distanza di tre anni dal matrimonio, secondo progetto, quando mio padre si laureò. Mio padre era più giovane di mia madre di ben tre anni, fu lui a decidere il momento, ovvero il termine degli studi i l’inizio della propria attività professionale. Mia madre, intanto, stava a disposizione. Si incontrarono ad una riunione di partito, di quella che era allora la democrazia cristiana, quando mio padre era al primo anno di università e mia madre quasi alla fine. Rimasero fidanzati tre anni circa, il tempo necessario a mia madre di laurearsi, iniziare a lavorare e a guadagnare, emanciparsi dalla famiglia e risparmiare per il matrimonio è l’uscita di casa. Nel frattempo mio padre continuò a studiare. Quando arrivarono i numeri giusti, arrivò il matrimonio. Si sposarono quando mio padre non aveva ancora finito di studiare, contro il parere sia di mio nonno Giuseppe che dj mia nonna Giovanna – nonni paterni -, che manifestarono entrambi esplicitamente più volte anche nel tempo ed anche a me, nipote, il loro dissenso quando anni più tardi iniziarono i problemi seri ed io fui coinvolta. Mia nonna, col fiuto di una madre e donna di mondo, capiva benissimo che mia madre non era la donna giusta per mio padre e che lui la stava scegliendo solo per emanciparsi da lei. Mio nonno, parimenti, capiva benissimo che mio padre stava facendo quella scelta per uscire di casa, quindi, parlò con mia madre e le disse che dal giorno nel matrimonio, anche se mio padre ancora non era laureato, sarebbe stato a carico suo, perché “per fare una famiglia bisogno potermelo permettere”. Così mio nonno diede una ultima quantità di denaro a mio padre prima del matrimonio. Io ho imparato il diritto sulla mia pelle, prima che all’università, iniziando le lezioni con i miei nonni. Solo dopo molti anni, quando trovai nero su bianco in termini di legge quello che avevo già vissuto in termini umani, capii che cosa è il diritto fra fattispecie astratta e concreta.

Tornando alla mi storia, i miei si sposarono non in modo romantico, spinti da passione e amore, non avendo peraltro nessuna intesa sessuale, ma per finalizzare un progetto di vita: emanciparsi dalle famiglie di origine e vivere una nuova vita su nuovi presupposti. Entrambi intelligenti, istruiti e calcolatori quanti basta, iniziarono a mettere in atto “il progetto”.

Nel loro progetto io arrivai qualche anno dopo il matrimonio. Non c’era bisogno di emancipazione sessuale, preservativi e leggi sull’aborto per evitare una gravidanza non programmata e indesiderata: anche se mia madre era della generazione del dopoguerra e figlia di contadini, sapeva benissimo come fare per non rimanere incinta se non quando avesse voluto. Come da programmi, fui dunque fatta nel novembre del 1977, a distanza di tre anni dal matrimonio del 14 settembre 1974, per coincidenza, data di nascita del mio ultimo partner. I miei abitavano vicino Marzaglia. Ricordo tutto, perché mi fu raccontato da tutti più volte come nel corso degli anni, quando arrivarono i tempi delle divisioni, ognuno con la propria versione dei fatti, non rendendo per nulla difficile ricostruire la verità comune.
Fin dalla nascita fui caricata delle aspettative e dei doveri verso entrambi i miei genitori, che discussero anche sul mio nome. Nacqui al nono mese abbondante, sana e robusta di tre kg e sette, con problemi alla schiena per mia madre che non era mai stata sportiva e che quattordici anni più tardi si procurò una ernia al disco solo nel sollevare un materasso per cambiare le lenzuola.
Mio padre invece era bello e forte, uno che all’università aveva anche fatto qualche comparsa cinematografica, avendo studiato a Venezia, città in cui le occasioni di spettacolo non sono mai mancate.
Fatte le dovute premesse anche sullo stato fisico dei miei genitori, alla nascita discussero per il nome. Mio padre avrebbe voluto chiamarmi Rossana, ma di fronte alla sofferenza fisica del parto, disse a mia madre di chiamarmi come voleva lei, quindi fui chiamata Chiara. Ecco, anche il mio nome fu il risultato di un braccio di ferro, in cui, per una volta, vince la parte fisicamente più debole.

Le premesse di quella che sono oggi furono queste. Ancora prima di nascere ero caricata del peso dei problemi di una generazione e dei suoi esponenti. Crescendo, non mi è sembrato strano rendermi conto che siamo tutti pesanti alla nascita: dobbiamo essere purificati da un peccato originale che non è nostro e dobbiamo vivere per pagare un debito pubblico che non è nostro. I figli vengono spesso fatti per scaricare problemi delle generazioni precedenti. Nel mio caso la cosa fu proprio calcolata, mentre in molti casi è inconscia.
Nel corso degli anni, alle prime occasioni di divergenza, entrambi i miei genitori, soprattutto mio padre, non persero occasione per ricordarmi che mi avevano fatta loro. Continuo ad usare il verbo fare, perché è quello che più spesso ho sentito usare nei miei confronti. Persino e soprattutto in adolescenza, quando iniziavo a rivendicare mia privacy femminile, mi sono sentita ripetere che le mie esigenze erano assurde: “ti ho vista nascere, ti vergogni di me? guarda che lo so come sei fatta, perché ti nascondi? hai paura che ti veda?”. Sono stata invasa nella mia intimità in vario modo in anni in cui è giusto esserne gelosi. Da bambina, al mare, mia madre alternò i periodi in cui mi metteva il bikini a quelli in cui mi lasciava con solo il pezzo sotto, così, quando a circa dieci anni iniziò a svilupparmisi il seno, lo videro tutti. Eravamo a Rocca D’Aspide quell’anno, con amici di Salerno. I figli della coppia di amici di mio padre erano più grandi e mi fecero comprendere molte cose. Restavo a guardare Anna e come si tirava i capelli per fare la coda. Col figlio scherzando, capii che l’infanzia era finita. Prima di quegli eventi, da bambina, subii incontri ravvicinati con due adulti del paese che mi presero di mira per colpire i miei genitori. Uno era persino un bidello della scuola in cui lavorava mia madre, che aveva la brutta abitudine di affidarmi ai bidelli come dei baby sitter. Non mi fermo su questo episodio. Fui seguita per anni dal desiderio sordido di uno di loro. Fui felice quando seppi che era morto. Tornando a me, il giorno in cui mi venne la prima mestruazione mia madre non c’era. Io nascosi l’assorbente in fondo al cestino, ma mio padre, che era morboso nei miei confronti, lo andò a cercare e venne persino a svegliarmi al mattino per dirmi che era informato che ero diventata donna. Incredibile. Mi venne un brivido. Lo avrei massacrato. Mi sentivo già in prigione.

Sono davvero tanti gli episodi che potrei raccontare, ma credo che questi bastino per raccontare l’inizio della mia storia: sono una persona che è stata fatta e cresciuta con lo scopo di realizzare i progetti di famiglia anche scaricando dalle pesantezze di ogni persona.

Come tutti i figli, non è stato il mio primo pensiero vedere i miei genitori come persone da trattare per quello che fanno e dicono prima che per il ruolo che rivestono. Come tutti i figli ho sofferto in silenzio per anni, vivendo emozioni molto constrastanti, provando a capire prima loro che me stessa, anzi, dimenticandomi proprio di me stessa, mentre sopravvivevo fra loro. A seconda dell’età e degli avvenimenti, mi sono immedesimata nell’uno, nell’altro, poi di nuovo nell’uno, poi ancora nell’altro, poi nei nonni, poi persino nelle amanti, negli zii – sorelle e fratelli a loro volta – mentre nel frattempo ho vissuto “alla meno peggio” la mia vita, fra i soldi che mi venivano dati e quelli che guadagnavo.
Prima ancora di compiere 18 anni, ero già matura. Aspettavo in silenzio e con sguardo basso il momento in cui avrei potuto dire “adesso decido io”. La patente per la macchina la presi subitissimo. Prima giravo in bicicletta e mio padre era persino geloso di quella, che mi aveva regalato lui stesso, perché con quelle due ruote andavo a trovare un pizzaiolo siciliano del paese con cui poi, dopo mesi di corteggiamento, finii a letto al mare da un’amica. Aveva molte storie da raccontarmi, era muscoloso ed io andavo da lui per ascoltare le sue vicende. Con la testa ero già fuori casa da un pezzo. La radio, la musica che ascoltavo, gli amici stranieri di penna – i penpals – , i libri che studiavo: la mia realtà “virtuale” esisteva già ben prima che arrivassero internet, le chat, i social.
Iniziai la mia emancipazione di fatto con i viaggi all’estero, col primo rapporto sessuale e con l’università. I miei avevano grandi progetti per me, quindi furono sempre restrittivi su alcune cose, ma sempre favorevoli per altre, per esempio le vacanze studio e l’università lontano da casa. Non mi pagarono mai una vacanza di piacere con le amiche, per le quali mi dovetti sempre fare ospitare da altre che avevano casa. Mi pagarono invece soggiorni all’estero per studiare le lingue straniere. C’era poco da discutere. I soldi li avevano loro. Anche al tempo del liceo mi impedirono di continuare con lo sport. Ero stata selezionata dalla scuola di Liliana Cosi e Marinel Stefanescu, ero a buon livello nel pattinaggio artistico, ma dovetti sempre interrompere. Banalmente mi dicevano: “non vorrai mica fare la ballerina o l’artista, su, andiamo, non è un lavoro serio, lo puoi fare per rilassarti”. C’era poco da discutere. In quegli anni la televisione era ancora quella di Mike Bongiorno, c’era ancora il muro di Berlino e c’erano gli schieramenti ideologici. Non esistevano i “realities”, i “talent show”. Il massimo era “La Corrida” di Corrado oppure “Ok il prezzo è giusto”, oltre a Sanremo, naturalmente. In quegli anni l’euro non c’era. Prima di fare un viaggio, mio padre mi dava un budget, andavo in banca, lo cambiavo in monete ed in “travellers Cheques” e poi mi gestivo la vacanza facendo i calcoli a mente o segnando tutte le spese su una agendina per non rimanere senza soldi. I cellulari ancora non esistevano e per sentirsi bisognava darsi appuntamento ad una certa ora, alla quale chiamare da una cabina pubblica a gettoni oppure alla quale farsi chiamare presso la scuola o la famiglia rel momento. È importante spiegare queste cose, perché il mio rapporto di oggi con la tecnologia, con i soldi, con le persone si è formato in quegli anni. Oggi io ritengo, per esempio, che la moneta unica non sia fondamentale e si possa uscire dall’Euro, se non addirittura dalla comunità europea, individuando gli scambi bilaterali e multilaterali forti e puntando su quelli come sta facendo l’Inghilterra. In assenza di una utile e comune politica fiscale e infrastrutturale, non comprendo i vantaggi dell’essere parte di questo grande progetto. Il trattato di Maastricht sulla stabilità fu firmato negli anni novanta, quando ero al liceo, poco dopo la caduta del muro di Berlino e quando già andavo a ballare e viaggiavo all’estero. “Non mi appartiene”. Sono vincoli in cui non riconosco il nostro paese debba stare. Lo accetto come cittadina così come ho accettato tanti eventi “per forza maggiore”. Quando ti trovi in un certo fiume, in quello devi nuotare.
Fatta questa premessa del contesto storico e geopolitico in cui ho vissuto le mie esperienze sentimentali ed intellettuali di adolescente e donna, colsi l’occasione di uscire di casa con l’università. I miei scelsero, col mio consenso, una università a numero chiuso con esame di selezione, perciò si aspettavano che rimanessi a casa a studiare tutta l’estate per superare un “misterioso” esame di cultura generale per il quale non c’era un programma. A me sembrava ridicolo dover studiare “cultura generale”: o te la sei fatta fino a quel momento e ce l’hai o non ce l’hai. Colsi quindi l’opportunità offertami da un’amica, firmai un contratto, il mio primo contratto ufficiale di lavoro, ed andai a lavorare a Pinatella di Cervia come “inserviente” presso una casa vacanze. In pratica facevo pulizie tutto il giorno. La sera andavo in giro con la mia amica fino al mattino. Avevo solo due ore di pausa sole nel pomeriggio. Da maggiorenne esercitai subito la mia volontà, ma i miei genitori parvero non recepire il messaggio, si dimenticarono in fretta, e continuarono a trattarmi come la loro “dipendente”. Quella estate, a forza di lavare, mi si erano persino corrose le mani. I guanti non bastavano mai, ma io e la mia amica eravamo felici così, con i nostri soldi, da poter spendere senza dover chiedere anticipando il motivo della richiesta. Anche la mia amica aveva il guinzaglio stretto in quegli anni. L’anno successivo io andai in Spagna per la mia solita vacanza studio e lei mi chiese di coprirla, dicendo che era con me, invece che in vacanza con un fidanzato. Naturalmente la aiutai. La prima settimana la fece da sola col fidanzato e la seconda la fece con me a Barcellona. Siamo ancora in anni in cui le valute erano distinte. L’Euro arrivò nel 2002, anno in cui mi laureai. Capisco quindi che nel dibattito attuale i giovani non sappiano bene cosa pensare. Per quanto mi riguarda, una moneta internazionale esiste già ed è il dollaro. Una lingua internazionale esiste già ed è l’inglese. Se io avessi un negozio, come l’ho avuto per breve tempo online, accetterei pagamenti in valute diverse. Concepisco l’Euro solo come moneta commerciale, non come realtà economica più vasta, che impatta sulle politiche fiscali, per cui, dato un certo tasso di cambio, comprerei euro per muovermi nei paesi che aderiscono, così come compro sterline o dollari, nulla di più. Il potere industriale e creativo dell’Italia è lo stesso e chiuderlo nei rapporti di forza di una Europa che applica iva, fiscalità, sistemi sanitari, modelli educativi diversi non è per me un discorso economicamente sostenibile. La politica estera europea, di fatto inesistente, che non si è affermata nemmeno nei confronti dell’India per il recupero di due marinai o dell’Egitto per fare luce su un ricercatore scomparso. Non è questa l’Europa che vedo come sottostante una moneta unica. Dietro i soldi ci sono le persone. Dietro i soldi c’è il lavoro. Dietro i soldi ci sono i diritti. Dietro i soldi ci sono i doveri. Dietro l’Euro cosa c’è? All’università mi è stato insegnato ad essere europea. Ci ho provato, ma non ci sono riuscita, non in quel modo perlomeno. Mi sentivo europea prima dell’euro. Oggi mi sento di più, l’Europa mi sembra limitante.

Fatta questa noiosa parentesi del contesto in cui è cresciuto il mio pensiero, mi sono ritrovata a sviluppare un forte senso di autonomia verso la famiglia, mai davvero riconosciuto. Pur avendo riempito la mia vita di fatti reali e numeri simbolici, per esempio mi sono trasferita senza preavviso il giorno del Compleanno di mia madre, i miei genitori hanno opportunisticamente dimenticato in fretta, si sono adeguato ai cambiamenti, mutando nei miei confronti le tattiche di controllo diretto e indiretto. Hanno sempre rifiutato un supporto concreto nei momenti in cui capivano che la mia vita avrebbe preso il volo senza di loro, per provare l’insano piacere di soccorrermi in augurati momenti di difficoltà. Tutto questo mi ha tarpato le ali. Come allenarsi per una gara e fare lo sgambetto in partenza, come spiccare il volo e trovarsi un’ala spezzata in sollevamento per un colpo di rudimentale fionda. Tutte le volte cadi e riparti, mentre altri sono già avanti. Cadendo trovi nuovi compagni lungo il viaggio, hai nuove difficoltà. Il problema del perdono si pone e non si pone al tempo stesso, perché per legge sei sempre costretto a relazionarti con loro finché non ti sposi, quindi entrambe le parti calcolano su questo dato di fatto imprescindibile e cercano di condizionare i terzi che siano per qualsiasi motivo coinvolti, trattasi di una banca per un mutuo o di qualunque persona che vanti qualsiasi diritto.
Ho affrontato questo problema subito, con il passaporto e con l’assunzione presso uno studio legale americano. Mi chiesero di dichiarare chi chiamare in caso di necessità e problemi di salute ed io elencai alcuni amici che ritenevo più intimi e affidabili di altri nelle questioni “serie”, in grado quindi, per esempio, di gestire un mio incidente all’estero. Al primo incidente in scooter che ebbi andando al lavoro, quando mi soccorsero a terra e mi chiesero chi chiamare, dissi di chiamare l’ufficio. Più volte da allora mi posi il problema di come fare a gestire questa “libertà” da legami giuridici di coppia che in realtà è una “costrizione” entro legami giuridici famigliari da me non condivisi. Più volte sono stata sul punto di scrivere un “testamento” indicando a quali persone rivolgersi in caso di mia mancanza. Purtroppo, essendo rimasta single, le mie relazioni nel tempo anche con gli amici sono cambiate e scrivere quella lista fu impegnativo, perché nel frattempo i miei cosiddetti amici si erano sposarono avevano iniziato a vivere vite molto diverse dalla mia, per cui assumersi impegni giuridici nei miei confronti sarebbe stato difficile. L’amicizia fra adulti ha un limite: quando sei amico non convivi, non fai sesso, non condividi i soldi. Questa mancanza di condivisione allontana le persone di fatto, che si concentrano sulle persone con cui condividono la quotidianità, che si tratti di affari, sesso o emotività poco importa. Tutti i rapporti a distanza, hanno un limite: sono “svincolati” dalla realtà. Si capisce bene anche all’interno delle stesse famiglie quando in occasione delle eredità i figli discutono fra quello che è rimasto più vicino al genitore, soprattutto fisicamente parlando ad accudirlo, e quello che invece se ne è andato lontano rimanendo assente o poco presente.

Proprio nelle due famiglie di mia madre e mio padre ho visto queste dinamiche proporsi oltre che averle sentite raccontare da amiche. Prima della morte, spesso accade che un genitore abbia problemi di salute ed abbia bisogno di assistenza. Allora inizia la gestione del problema fra i figli più o meno vicini e al momento della morte, iniziano le discussioni fra quelli che sono stati più vicini da giovani piuttosto che alla fine, sulle spese sostenute et cetera. La ruota gira. C’è un tempo in cui la spesa è il figlio e c’è un tempo in cui la spesa è il genitore. La famiglia, giuridicamente parlando, serve a creare una entità circolare entro cui queste spese vengono in qualche modo contenute ed in cui vengono fatti conguagli interni. Premesso questo, io mi sono sempre sentita in difficoltà, non sapendo a chi affidare i miei beni in caso di mio malessere. “Affidare” comporta dare fiducia emotiva, intellettuale e giuridica, potere decisionale ed economico. Per fare un esempio pratico, significa in caso di incidente, la firma che autorizza ad una operazione mentre sei incosciente la mette la persona che tu hai indicato o che la legge prevede.
Io non ho mai indicato nessun membro della mia famiglia. Le vicende vissute e le lotte che ho dovuto fare per la mia emancipazione anche nelle cose più semplici mi ha sempre fatto, al contrario, temere un loro coinvolgimento: ero certa che avrebbero preso non solo la decisione sbagliata in termini razionali, ma anche la decisione nociva nei miei confronti in termini umani. Questo loro “avermi fatta” è stato sempre inquietante e nel tempo mi ha costretta, più o meno consapevolmente, a rifugiarmi in una periferia trascurata, credendo forse che sarei riuscita più facilmente a “nascondermi” e a vivere la mia vita. Purtroppo le cose non andarono così, perché non si trattò di una scelta per condivisione, ma questo sarebbe un altro capitolo.

Per chiudere questo lungo capitolo su chi sono e perché sono così a quarant’anni, sono una persona che è rimasta libera da legami giuridici rilevanti in un contesto sociale in forte evoluzione, per cui i legami giuridici di base non sono adeguati.

Soluzione? Si, se avessi potuto creare con maggiore facilità, delle società a mio nome, avrei diviso i miei beni fra i soci reali, quelli con cui di volta in volta avrei condiviso i valori ed i singoli progetti. Sulle questioni di salute avrei lasciato uno scritto semplice a valere contro tutti indicando periodicamente la persona a me più vicina. Per esempio ho chiaramente detto ad alcuni amici di essere contraria alla donazione di organi. Non vorrei mai che, fra la vita è la morte, venisse scelta la mia morte per donare i miei organi a chiunque. Finché vivo io, i miei organi servono a me e mi servono tutti al massimo delle loro potenzialità.

Sarei invece stata favorevole alla donazione di un mio ovulo. Non avendo avuto figli, sarei stata felice di donare i miei geni a coppie che cercassero caratteristiche come le mie, essendo per me la maternità una questione non solo genetica. Anche questo sarebbe un altro capitolo. Un figlio non basta farlo, bisogna anche crescerlo e credo sia normale trovare modalità organizzative varie. Non è un caso che alcune fa le persone più ricche e impegnate del mondo abbiano molti figli. Non faccio nomi, ma fra calciatori, attori e artisti, potrei citare persone che mantengono numerose famiglie composte da figli geneticamente propri, avuti con diverse/i partner, oltre che figli adottati. Io stimo queste persone, e se le conoscessi di persona non credo esiterei a concedere loro quei diritti che la legge mi costringe a concedere ai miei genitori naturali.

Per chiudere, la discussione sui diritti civili non è secondaria in nessuno stato, nonostante possa sembrare meno importante di altre questioni, perché come testimonia la mia vita, dietro i diritti civili si decide la distribuzione e gestione dei beni economici. Discutere di famiglia, piuttosto che adozione, eutanasia, testamento biologico è dunque una tematica dai rivolti “di destra” per quanto possa sembra re “di sinistra”. Non esistono temi di destra e di sinistra, i temi sono gli stessi, l’impatto giuridico ed economico è lo stesso, quello che cambia è come viene affrontata la discussione nella tabella di marcia di un paese, la priorità che viene data al problema ed i valori o principi in base a cui viene risolto il problema.

Io sono stata fatta, ma non permetto a chi mi ha fatta di disfarmi o di disporre di me.

Ore 17:18 del 02/06/18

Prima di chiudere questo forse noioso pezzo, sento di dover spendere un paio di parole sul senso di identità. Dopo aver avuto ed accettato vari nomi nel corso degli anni, ho scelto il mio, quello che mi sentivo meglio addosso.
Come ci si accorge a livello pratico di quale famiglia si fa parte?
Quale è il limite fra le libertà che si possono prendere i famigliari e gli sconosciuti?

Dopo anni di dispiaceri, rabbie, perdoni, ritorni, trasferimenti, mi sono accorta che il tuo corpo ti indica la strada quando la tua mente è annebbiata. Il tuo corpo ti dice con quale forma si sente a proprio agio, con quali abiti, con quali persone preferisce fondersi. Il tuo corpo parla alla tua mente quando anima e mente soffrono e si sentono confuse. Nei momenti di difficoltà, ho sempre ascoltato musica, fatto sport, ho portato a cena me stessa. I miei genitori non hanno mai fatto sport, per esempio. Nei momenti di crisi, si sono chiusi nelle loro abitudini, abbandonando sia interessi culturali che sportivi. Quando mi sono trovata senza soldi, sono andata a correre, ho trovato il modo di allenarmi in casa, ho comprato una Cyclette, una panca, ho comprato i pesi, imparato persino lo yoga, ho sempre ascoltato musica, sperimentato nuove ricette e studiato. I miei genitori naturali hanno smesso di crescere in qualsiasi direzione.
Sono state tante le volte in cui sono andata al ristorante da sola. Non bastava prepararmi una cenetta a casa, sentivo di dover uscire a cena con me stessa. Lontano dalla mia famiglia di origine e dai miei amici storici, ho trovato la mia forma. Ho ricominciato a fare attività fisica, ho seguito molti corsi online, andando oltre le possibilità offerte dalla zona in cui vivevo. Quando non ho trovato i cibi che volevo vicino, li ho comprati sul web e li stesso ho fatto con gli abiti ed il make up. Il risultato è che sono diventata molto diversa dal mio ambiente di origine. Sono molto diversa da come erano i miei genitori alla mia età e da qualsiasi altro parente. Recentemente ho subìto la visita improvvisata dei miei famigliari e l’ho vissuta come una prepotenza, una invasione delle mia privacy, una pretesa ingiustificata. Non avevano diritto di presentarsi al mio domicilio senza appuntamento e senza il mio consenso.

Il consenso. I due elementi che contraddistinguono una identità sono l’espressione concreta dell’identità stessa nelle forme fisiche, intellettuali e giuridiche a disposizione ed il consenso in base al quale si regolano le relazioni con gli altri. È sempre un dispiacere per un figlio doversi scontrare con il senso di estraneità rispetto ai genitori, ma, quando accade, è qualcosa che non può essere nè contestato nè guarito. Quando non ti riconosci nei corpi e nei modi di chi ti ha “fatto” c’è poco da fare. Il riconoscimento è la prima fonte di delusione e divisione anche fra innamorati e coniugi. Solitamente le persone si dicono “mi ha deluso, non era come immaginavo, è cambiato/a, non lo riconosco più, quando ci siamo sposati era un’altra persona”. Accade non solo fra coniugi, può accadere anche fra parenti. Io ho cugini con cui non ho quasi mai parlato. Abbiamo fisici e stili diversi, valori diversi.

A conti fatti, quando accade qualcosa chi chiamate? Se a me capitasse un incidente oggi, non saprei chi avvisare. Oggi sono una libera professionista, non ho più nemmeno un datore di lavoro, in questa fase di transizione personale, professionale e sociale non saprei davvero chi chiamare.

Ecco, in questo senso, l’ identità si trova anche negli altri: una volta definito chi siamo da soli, in solitudine senza essere condizionati, siamo anche le persone che più ci sentiamo vicino. Chi chiamereste nel momento di bisogno improvviso? Se siete capaci di individuare alcuni, piuttosto che altri, avrete qualcosa di simile, quanto basta a “chiedere aiuto”. Ho riscontrato di cercare donne, donne emancipate o uomini con “spiriti femminili”. Ho sentito vicino a me donne volitive, protagoniste nella loro vita, ecco le persone che ho chiamato io. Donne capaci di ascoltare donne diverse da loro. I maggiori aiuti li ho ricevuti da donne. Donne diverse fra loro, ma forti e autonome, capaci di solidarietà invece che di rivalità. I miei partner, pur essendo molto mascolini, hanno sempre avuto un animo attento al femminile. Chi per aver perso il padre, chi per altre vicende personali, hanno sempre dimostrato uno spirito femminile in un corpo spiccatamente maschile. Ci siamo sempre compensati. Io ho sviluppato un fisico ed un carattere forte, tendenti al maschile. Nel gioco fra ruolo pubblico e privato ci siamo sempre capovolti. Consolidata la bontà del rapporto in pubblico, i miei rapporti sono sempre finiti quando i miei partner hanno cercato donne più tradizionali al posto mio, nel privato.

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