Senza titolo

La solitudine si ripete, è sempre la stessa.

Certe cose non cambiano, cambia solo la nostra forma nel tempo, le persone con cui ci relazioniamo, il luogo in cui viviamo, ma la solitudine è sempre la stessa.

Oggi scrivo al mio blog ed al mio libro invece che al mio diario, come da adolescente, invece che al mio pc come quando stavo in ufficio, – che purtroppo non è mai stato mia proprietà, ma solo una risorsa aziendale – , invece che su pagine di libro e agendine, invece che su tele, insomma, ovunque possa dare una forma grafica ai pensieri che mi passano per la mente ed occupano il mio tempo al posto delle persone, al posto di un uomo da baciare, un’amica con cui ridere e scherzare, al posto di chiunque.

È quello che succede quando si nasce da una famiglia colta ma disgraziata. Non si può evitare. Se la tua famiglia di origine è problematica ai limiti della denuncia legale, devi farti forza da quando sei piccolo, ed impari a stare da solo, perché tutti gli altri, nei momenti peggiori, hanno sempre una famiglia su cui contare, persino gli immigrati.

Quando impari a stare da solo da piccolo, sarai sempre un po’ solo. Se poi sei donna, la situazione si complica, sarai di più che sola, sarai una facile preda di chiunque si renda conto che sei sola. Non si contano i tentativi di mascherata e viscida seduzione che affronta una donna sola. Le scuse sono mille: vivi in una grande città, ognuno ha i propri problemi, sei più che maggiorenne, in fondo sei bella quindi potresti sempre darla via (a chi esattamente?), essendo bella dovresti avere uno stuolo di uomini che ti servono pur di stare con te (falso perché gli uomini vogliono solo trombare e quando ci sono riusciti, se hanno fatto poco sforzo, si sentono persino dei fighi), tutti hanno problemi di famiglia, perché i tuoi sarebbero più gravi?

Insomma, la lista dei problemi che affronta una persona a cui i genitori naturali non hanno mai voluto bene è talmente lunga che finisci per isolarti, a non chiedere aiuto a nessuno, se non agli Sconosciuti, per essere certa che l’aiuto sia “sincero”, ovvero dato con il fine di ottenere quello che si ottiene nel momento di aiuto e nulla di più.

Quando cresci da una famiglia irresponsabile, con problemi di alcolismo, obesità e sovrappeso ed altri disturbi della personalità anche connessi con il peso, è una condanna che non finisce fin quando la famiglia in sè non sparisce.
Purtroppo, con la stessa inerziale forza, ipocrisia e mancanza di vergogna con cui le persone sono orgogliose della propria immagine obesa allo soecchio, con lo stesso voyeristico autocompiacimento con cui litigano fra loro in modo indecente, cercano di inseguire te, diverso da loro, libera dalle loro dipendenze, cercando di prenderti con il “lazo” del legame giuridico, economico e genetico a seconda della convenienza.

Una storia infinita di sofferenza profonda e silenziosa, che non puoi comunicare a nessuno, perché non ci sarebbe nulla da dire: serve solo tagliare. Purtroppo, la psicologia di persone dipendenti con problemi di forte sovrappeso e alcolismo è tale da adeguarsi al tempo ed ai tuoi cambiamenti, quindi succede persino che se tu cerchi di tagliare cambiando città e nome, dopo averti inseguito con minacce di tutti i tipi sulla possibile eredità, su qualsiasi tuo interesse personale e materiale affettivo riguardante la tua vita passata, diventa oggetto di cinica speculazione e fonte per loro di reddito.

Quando le persone hanno problemi trentennali di obesità, alcol e relazione di coppia, non conta più che siano genitori, fratello e sorella, se non a fini economici. I legami affettivi reali sono spenti al servizio della loro malattia, che è di natura autoconsevativa: come parassiti, come edere, succhiano quello che possono succhire dalla vita dei loro parenti, a qualunque livello e grado di parentela. Se si tratta di persone istruite, colte ed educate, la situazione peggiora perché le loro strategie parassitarie utilizzeranno tutti i metodi legali in loro potere per avere quella linfa vitale che a loro serve per nutrire le loro dipendenze e la loro mancanza di amore.
Sì, mancanza di amore anche per se stessi, perché trascurano persino la propria salute, mentre sono invidiosi di quella dei parenti ed in particolare dei figli, preferendo trascinarsi zoppicando sotto il peso di acciacchi e incidenti di tutti i tipi respingendo la
morte e la società a botte di grasso e di azioni giuridiche o minacce e ricatti psicologici. Sono fatti così. Non si può evitare.

Purtroppo accade spesso che “gli Altri”, non conoscendo la situazione da vicino, giustamente, credano alla loro versione dei fatti e si rendano complici di situazioni che – scusate l’alliterazione – complicano solo la vita a chi è vittima, isolandolo ancora di più e rendendo più difficile la gestione anche delle situazioni più semplici.

Per esempio, a me, recentemente, è capitato che i condomini abbiano a mia insaputa accolto i miei genitori nella palazzina in cui vivo, dando loro accesso e la chiave per entrare a mia insaputa. Una situazione da denuncia per invasione di privacy e persino sequestro. Una violenza domestica a tutti gli effetti. Purtroppo non Sai chi sia messo peggio. È evidente che chiunque non capisca che sta avvenendo una grave invasione della privacy, è mosso da un lato da quel voyeurismo tipico dell’Italia e delle popolazioni del Sud che si mettono alla finestra a spiare il vicino, perché la loro vita privata è talmente noiosa che il loro interesse ricade sugli altri, anche in modo patologico e giuridicamente perseguibile.
Per mia fortuna io sono sana e ben istruita ed ho imparato, forse sbagliando, a ponderare, ovvero a dare alle situazioni lo stesso peso che darebbe un giudice in fase extra giudiziale, di fronte alle tesi contrastanti, dando importanza anche al contesto. Cosa posso pretendere da condomini anziani o immigrati in una periferia di Roma senza marciapiedi in cui ancora avvengono sparatorie nei bar e mancano i servizi essenziali e la polizia non passa perché la zona non è di loro competenza? La mia macchina è parcheggiata su una strada privata diventata a transito pubblico. Qui funziona tutto così. Cosa posso pretendere da queste persone? Posso forse ragionare in termini giuridici? Comprendono solo due argomenti: quelli economici – basta pagare – e che i gatti non vadano nel loro giardino. Qui in periferia le relazioni sono vissute ad un livello molto primitivo: la gente vive in case di famiglia, comprate con gli jnvestimenti di una famiglia che abita a pochi chilometri di distanza, ereditate o persino nello stesso stabile, come il mio.

Si, qui vive una giovane coppia, in cui lei ha la madre che le abita sopra. Le case famigliari rappresentano L maggior parte dell’edilizia di periferia. Gli immigrati vivono anche loro come in famiglia. Senza volermi dilungare su questi particolari sociologici, che andrebbero a vantaggio della mia situazione, ma costituirebbero una specie di “attenuante ambientale” per gli altri – come per “mani pulite”, lo fa no tutti, funziona così- io mi trovo in una condizione di solitudine più tragica che mai, dovendo fingere, invece, che vada tutto bene.
In queste condizioni non serve la comprensione di nessuno, che non sia in grado di risolverti la situazione. Parlare non serve.
Sfogarsi non serve: stai solo regalando a sconosciuti la tua intimità, senza sapere cosa potrebbe accaderti regalando i racconti della tua vita personale.

Persino parlare con uno specialista, come uno psicologo, è assolutamente inutile: tu non hai bisogno di supporto psicologico, ma di qualcuno che rimetta al giusto posto le cose, in particolare quei famigliari che stanno lucrando sulla catena di sbenture che ti sono capitate e che a loro fanno piacere.

Servirebbe un buon avvocato.

Le persone con dipendenze da cibo, in questo caso da abbondanza di cibo, a loro volta hanno una storia di sofferenza psicologica e diventano sadiche. Sperano sempre che tu stia male, sono invidiose per natura ed innescano meccanismi ricattatori di tutti i tipi, cercando di scaricare il peso del loro corpo – che psicosomaticamente è il peso della loro vita e delle loro questioni irrisolte – , su di te. Dovrei raccontare di tutti i problemi di famiglia partendo dal mio bisnonno, padre di mio padre, storia lunga. L’alcol e le mani partono da là. Da parte materna ci sono stati incidenti e vergate. Sì, nel dopoguerra ancora si usavano le maniere forti. Ho sempre capito che l’aggressività subita dai miei genitori, antropologicamente parlando, è stata scaricata su di me, con i dovuti adeguamenti al passare del tempo. Non li ho mai giustificati, ma non mi sono mai difesa in modo adeguato, evidentemente, perché a quarant’anni mi trovo ancora a parlare di loro e a cercare un avvocato.

Non si contano le volte in cui mia madre mi ha augurato un matrimonio peggiore del suo, mi ha rovinato il guardaroba e persino il lavoro, scrivendo al presidente di una società in cui ho lavorato solo per affermare la propria supremazia. Non la invitai alla laurea per paura che intervenisse durante la discussione della tesi, poiché in quel periodo mi augurava di non riuscire a laurearmi e la infastidiva la mia tesi di ricerca: “aspetta di sposarti, che poi voglio vedere”, “ma dove vuoi andare senza di me?”,
Non si contano le volte in cui mio padre mi abbia detto che mi meritavo qualunque inconveniente mi capitasse, persino gli incidenti in cui ho avuto ragione al cento per cento: “così impari a stare a casa e a fare come ti abbiamo detto noi”, “io ti ho fatto studiare, ti ho pagato gli studi”.
Fin qui, nessun problema, possono quasi sembrare normali discussioni nonostante si parli già di laurea e di venticinque anni, e l’ho sperato pure io per tanti anni, che tutto si potesse ricondurre a “normali discussioni”.

Purtroppo non è andata così. Col passare degli anni ci sono state molte occasioni di dialogo fra “adulti” in cui dimostrare che si sarebbe potuto normalizzare tutto, ma così non è stato e l’ultimissima in ordine cronologico è stata questa prepotenza di pochi giorni fa, a casa mia, a Roma.

Di fronte ad una mia situazione di difficoltà nel passaggio dal lavoro dipendente alla partita iva, si sono approfittati delle mie difficoltà e di una inscenata causa di sfratto, per subentrare nella mia sfera giuridica. In qualche modo a me non noto hanno preso contatti con il proprietario ed hanno preso accordi economici a mia insaputa. Ci credo, non perché mi abbiano mostrato le carte dei pagamenti, ma perché il proprietario ha dato loro le chiavi di accesso alla palazzina e me li sono trovata per più giorni a suonare al campanello assediandomi in senso fisico. Quante violazioni sono già state commesse? Oltre a questo grave fatto, sono accadute coincidenze per cui ho venduto un bracciale a 400 euro, il giorno stesso in cui mi hanno lasciato un messaggio in cui mi offrivano la stessa somma.
Purtroppo questo significa che sono controllata in tutta la zona almeno entro i 5 chilometri.
Purtroppo questo significa che gli interessi economici intorno alla mia persona sono così alti da giustificare persino una vigilanza fisica oltre che l’hackeraggio sui miei siti web.
Della mia persona non interessa nulla a nessuno, tranne a chi si immedesima
In me per problemi simili e a chi mi vuole “trombare” come femmina.
Interessano solo i soldi intorno alla mia persona, soldi, peraltro, a cui io non ho accesso, ritrovandomi come una disperata a cercare ricariche telefoniche. Quello del sesso non è un problema: non faccio sesso con nessuno se non ben pagato. Fine dei discorsi.
Questa mia scelta mi ha, ovviamente, procurato molti problemi, ma mi fa dormire bene la notte. Niente fraintendimenti: se piaccio, il maschio lo dimostra pagando e finisce lì. Niente corteggiamenti e seduzione.

Roma non aiuta. Roma è un buco nero, una città che va bene proprio per la “mafia” e lo sfogo di situazioni sociali patologiche perchè non offre i servizi minimi necessari all’individuo a gestire le situazioni di emergenza con la dovuta autonomia e privacy. Per esempio, il Wi-Fi metropolitano non funziona e si è costretti a presentarsi in pubblico in momenti in cui dovresti lavorare nell’ombra. Le PEC degli uffici pubblici non funzionano e si è costretti ad andare allo sportello. Molte cose non funzionano e servono per far muovere la gente, farla innervosire, farle perdere tempo, far cadere in prescrizione i suoi diritti, e poter gestire i suoi beni. La solidarietà pura a Roma non esiste. Nessuno ti regala dieci euro con leggerezza, per il piacere di avere risolto un problema senza essere passato da una ong, una associazione, un partito, un club, una organizzazione che in qualche modo ti ricompensa per il piccolo gesto fatto. La gente sembra aperta, invece non si sa relazionare nelle cose serie. Per fare un esempio, nel cercare casa io sono andata di persona a chiudere ad uno che vedevo nel
Proprio giardino, chi avesse costruito quella casa. Io dal niente creo occasioni di dialogo utile. La persona mi ha risposto ed abbiamo avuto una piacevole conversazione.

La stessa cosa ho fatto per il tatuaggio che ho inciso sulla spalla: in spiaggia andai da quello che aveva il tatuaggio più bello, gli chiesi con educazione chi glielo avesse fatto, parlammo un po’, poi a mia volta mi feci il tatuaggio. Io sono molto concreta, diretta e rispettosa, i romani non sono così: guardano da lontano e basta, nella migliore delle ipotesi, oppure si informano su di te, negli altri casi provano a farsi gli affari tuoi o ad approfittarsi di te in qualche modo.

In palestra mi è capitato di tutto. Ho ricevuto allusioni e proposte di tutti i tipi, ma questo è un altro capitolo.

Il ragazzo del tatuaggio non ha guadagnato nulla dal parlare con me, per esempio, ma ha creato una situazione virtuosa. I romani, come da tradizione storica, hanno la mentalità del “do ut des” che adesso ho acquisito anche io, pur rimanendo perdente, perché io, invece, avrei la
Mentalità premiale dell‘ intellettuale, di chi da valore ai beni di proprietà intellettuale e crede nella forza costruttiva della libera circolazione delle idee.

Tornando alla mia solitudine, che nulla ha a che vedere con una condizione di solitudine esistenziale filosofica, ma “solo” con un isolamento sociale, giuridico ed economico, avendo già provato a chiedere supporto ai miei amici storici a tutti i livelli di confidenza, in particolare a quelli che erano al corrente della mia tragedia famigliare, scrivo sul blog e aggiungo un capitolo al disordinato indice del libro di questa mia turbolenta vita.

Il paradosso si percepisce tutti i giorni: sono una bella donna di quarant’anni, che ne dimostra dieci in meno, che quando si muove ha tutta l’allure di una pantera, una imprenditrice, una donna di successo, salvo poi avere dietro le spalle una tragicomica storia famigliare dai toni oscillanti fra l’adolescenziale ed il peggiore dei disagi sociali. È un fatto che se io non avessi avuto intelligenza e personalità accese, che mi spingono anche oggi a scrivere e a fare sport, la mia sarebbe una delle tante storie di miseria umana, che possono anche finire in fatti di cronaca nera. È così che si diventa barboni, è così che si diventa omicidi, è così che si finisce legati al parlamento o sopra un cornicione, è così che iniziano fatti di cronaca nera. Per mia fortuna, sono quella che sono, sono forte, mi so rialzare quando cado e quando mi danno uno spintone se posso lo restituisco.

Ho sempre seguito sui giornali le vicende di violenza in famiglia. Purtroppo la violenza in famiglia esiste ed è la premessa per reati ambientali quali bullismo e mobbing, perché la persona diventa vittima prima in famiglia che in società. Io ho evitato escalation di aggressioni fisiche sia fra i miei che da loro su di me. Purtroppo hanno alzato le mani più volte, quando la voce non bastava più, quando i ricatti economci non servivano, quando non avevano più niente, hanno usato le mani. Purtroppo, o per fortuna, lo hanno fatto in una età avanzata, dopo i 18 anni, quando io ero in grado di decidere cosa fare senza lasciarmi traumatizzare. Mi sono limitata ad andarmene di casa senza preavviso: ho preparato tutto prima, ho aspettato il momento e sono partita.
Prima della maggiore età sono stata “ribelle in silenzio”, “ribelle quanto basta”, per sopravvivere e andarmene. I momenti positivi sono stati pochi, troppi pochi. Non appena me ne sono andata, mia madre si è riversata sulla mia camera e su tutti i miei oggetti, tagliuzzando persino i miei quaderni. Mio padre, invece, ha attivato suo fratello, mio zio che ha rivestito un ruolo nella sicurezza di
Modena, e la sorella di mia madre, Gabriella, mia zia, per tenermi controllata a distanza, il primo tramite controlli di sicurezza in loco, la seconda usando le mie confidenze. In pratica, una associazione a delinquere mascherata da “famiglia preoccupata”. Questa difficile situazione si è complicata nel tempo, coinvolgendo sempre più persone e condizionando la mia vita quotidiana sempre di più.

Un insieme di prepotenti senza nessun diritto se non il legame giuridico di parentela, avallati da qualche giudice che, a mia insaputa, deve aver preso decisioni fuorviato da chissà quali dati raccolti su di me e da una ridicola causa di sfratto, tutt’ora in corso, finché io non ricevo i documenti che ne certificano la rinuncia da parte del proprietario, a sua volta un patetico padre di famiglia che senza il supporto del padre, costruttore in Romania sposato due volte, ha abbastanza pelo sullo stomaco da gestire non so quanti affari in questa terra di periferia, che affettuosamente anni fa definivo “terra di palme e ladroni”.
A me piacciono le palme. Quello che non mi piace della terra da cui provengo è la vegetazione. Salice piangente, ciliegio, castagno, fichi, cachi, melagrana e vite sono le uniche piante che mi piacciono della mia terra, per il resto amo un altro tipo di natura. Io non amo le querce, che non fanno nè fiori nè frutti, se non ghiande per i maiali, e le cui foglie, quando si ammalano, si riempiono di macchioline come il morbillo.

Non amo i pioppi che non riparano dal sole e rilasciano fiocchi ovunque ondeggiando nel vento. Sotto un salice puoi leggere un libro, ciliegio e caco sono piante persino decorative, con i loro frutti appoggiati come lanterne ed I fiori affollati come una chioma riccia. La vite a chi non piace? I boschi di castagne sono profumati. I fichi, oltre che straordinariamente buoni con quella polpa a tentatocoli, sono profumatissimi e la pianta è da design con le sue ampie foglie a palmo di mano. Ancora oggi adoro abbinare noci e fichi, cachi e mandorle, castagne e pinoli, sapori straordinari e cibi ricchissimi. Dell’uva, il mangio anche gli acini. Mi dilungo in questi particolari perché ho scritto un libro sul benessere, contenente una parte importante sulla nutrizione, e questo è diventato il mio lavoro principale, quello per cui non ho ricevuto sostegno nel passaggio alla partita iva e per cui mi è stata fatta causa di sfratto. Se avessi fatto la escort presso il centro sportivo che frequentavo, oggi sarebbero tutti contenti. Questa mia solitudine è il frutto dell’ipocrisia del mondo che avevo intorno.

Tornando dunque alle spiagge e alla mia solitudine tragicomica, quando dicono che Miami sia simile a Rimini, io rispondo che a Miami ci sono le palme, l’oceano e tante razze. A Rimini ci sono solo i pini marittimi ed i romagnoli.

In questi momenti in cui le si pensa tutte, se vincessi un milione di euro e mi chiedessero se so cosa farne, io lo saprei: comprerei almeno due case per iniziare, una a Miami in cui vivere io ed un paio in Italia, probabilmente a Milano e a Roma. Auto e spese aziendali le considero “scontate”, un po’ di beneficenza è ovvio che si faccia. Con almeno due case, un milione di euro si spende in fretta. Io ho sempre avuto bisogno di una casa. Me ne sono andata in giro con le mie valige sempre più pesanti, accumulando ricordi sotto forma di oggetti. Mi sono portata dietro di tutto, persino i tappi delle bottiglie di champagne delle serate più belle.

Ancora oggi fatico a buttare via, ma ci sto riuscendo e sono a buon punto. Ho provato a vendere, ma senza profitto. Purtroppo ho dovuto liberarmi di oggetti di valore, ma ormai ero arrivata al bivio: o loro o io. I miei oggetti e la loro pesante storia o il mio futuro. Siccome sono sana, ho scelto il mio futuro, cercando di lasciarmi fregare il meno possibile nello staccarmi da beni su cui altri hanno investito soldi a mia insaputa, per esempio i miei quadri.

Incredibile ma vero, essere sani può essere un problema: un problema per tutti quelli che guadagnerebbero da una tua malattia. Una lotta fortissima, causa la mancanza di soldi, dietro una persona in grande forma. Un fastidio indescrivibile. I soldi aggiustano tutto. In questi casi solo i soldi hanno il potere di riempire lo stomaco di famigliari invidiosi e avidi, liberando le vittime di invidia e avidità.
Quando sei pieno di soldi, comandi, punto. Quando sei pieno di soldi, stanno tutti bene, punto. Quando sei pieno di soldi, puoi lasciare le persone al proprio destino: saranno loro a decidere se mettersi a dieta e prendersi cura di sè, non avendo più la scusa del figlio che li ha riempiti di preoccupazione. Con i soldi si risolvono tanti problemi psicologici, perché i soldi danno libertà e responsabilità, un binomio inscindibile. Già vent’anni fa, con la scusa di dover pagare il mutuo e pensare a me, mio padre non si separò da mia madre, che portava i pantaloni in famiglia.

Soldi, soldi e ancora soldi. I soldi sono ormai per me la principale fonte di eccitazione. Se non vedo soldi, difficilmente mi muovo per un uomo. Piuttosto chiacchiero con gli scaricatori del latte del supermercato alle 5 del mattino, ma non esco con un uomo. Sono diventata così e ne Sono felicissima, perché sono sana. Alla mia età mia madre fu operata di ernia al disco, che si procurò semplicemente alzando il materasso per cambiare le lenzuola. Siamo diverse in tantissime cose. Non siamo mai state simili e nei miei rapporti di coppia ho sempre chiesto ai miei partner di avvisarmi se stavo assumendo difetti appartenenti ai miei genitori. Quello che io chiamo lo “strascico genetico caratteriale” e che gli psicologi chiamano transfert.

Orgogliosamente, grazie alla solitudine, ho imparato a differenziare. Con ogni persona ho un rapporto diverso, parlo in modo diverso. Posso davvero cambiare tanto da non sembrare la stessa persona, cosa che in ufficio, quando ci lavoravo, dava persino adito a scommesse su di me e la mia sessualità: da rigida ortodossa, a lesbica, bisex, Mistress, di tutto. Avevo imparato a lasciare correre, perché lo stipendio lo prendevo non per le dicerie ma per gli Excel e per i Word che sfornavo con le mie email. Quando sono uscita con colleghi che ci hanno provato, ho rifiutato, e mi sono tenuta fuori dai giochi, salvo un flirt iniziale ormai dodici anni fa. Ho sempre diviso lavoro da sesso, ma, in fondo, non mi sono mai innamorata sul posto di lavoro. Le barriere del lavoro in sè hanno sempre prevalso sull’attrazione. Mi sono sempre piaciuti gli uomini forti, non solo fisicamente, anche economicamente e imprenditorialmente. Avendo io una situazione pesante alle spalle, sono sempre riuscita a rilassarmi solo con quelli capaci di forti pensieri o forti azioni, gli audaci, quelli “di spessore”.
Questa mia condizione mi ha resa una donna che diventa cacciatrice quando vuole solo sesso, che altrimenti aspetta il migliore offerente negli altri casi. Sono molto americana in questo. Vorrei davvero una casa a Miami. Sono già stata due volte negli Stati Uniti e ci vorrei tornare altre volte. Chissà quanto ancora vivrò.

La mia autonomia, che è diventata emancipazione per forza maggiore, non per scelta femminista, mi ha resa quella che sono: una donna che piange solo quando ride dal profondo o quando è stanca. Mi sono scappate lacrime di fronte a video pubblicitari di colle americane al supermercato. Sono scoppiata a ridere pensando che quella voce stesse parlando della mia vita invece che della plastica fluida a raggi UV. “Stai ancora cercando di tenere insieme i pezzi? Non sbagliare colla! Usa la nostra plastica liquida che si indurisce solo con i raggi UV e che incolla tutto e che si toglie con un panno! Non perdere altro tempo con altre colle!”.
Ecco: sono scoppiata a piangere dal ridere, pensando che fosse una metafora della mia vita. Ho perso anni con le colle sbagliate cercando di aggiustare pezzi che non si sono mai aggiustati. L’unica colla sono i soldi.
Gli americani hanno la straordinaria abitudine di fare i conti in modo abbastanza preciso e poi di lasciare una lauta mancia. Con la mancia lasciano un bel ricordo e, se qualcosa non ha funzionato, dimostrano con i fatti che gli è dispiaciuto oppure dimostrano con i fatti che l’esperienza gli è piaciuta di più di quanto l’abbiano pagata.
La mia famiglia è tipicamente europea e gestisce i problemi come l’immigrazione: “questa barca è arrivata nella tua acqua quindi te ne occupi tu, io non ne voglio sapere mezza”. Dalle mie parti si dice così: “io non ne voglio sapere mezza”.
Sempre a proposito di solitudine, ci fu una insegnante delle scuole medie che, vedendo come avevo disegnato un albero, proprio un pioppo, avvertì proprio mia madre che io avevo disegnato un bellissimo albero, ma senza radici. Il mio albero era diverso dagli altri per la leggerezza del tratto e per la mancanza di radici, che di solito i ragazzi a quella età disegnano. La Boiardi. Dopo quel rilievo, per placare il senso di offesa in mia madre, che peraltro era preside nella scuola che frequentavo e non si poteva permettere tali dicerie, disegnai una quercia a pastello con radici molto evidenti e colori accesi. Ecco come ho vissuto la mia infanzia: ero già sola, ma per sopravvivere fino alla maggiore età ho fatto la mia parte di “brava ragazza”, scendendo a compromesso con la reputazione dei miei genitori, una preside ed un architetto, assessore ai lavori pubblici. Nel frattempo ho preso la mia strada di donna. Sono cresciuta emancipata. Ho iniziato presto a pagare per essere come volevo essere e ci sto riuscendo oggi.

Ci sono stati anche momenti positivi, sia con la mia famiglia che nella città in cui vivo, ovviamente, ma quello che mi spinge a scrivere invece che stare al mare con amici è
ovviamente una situazione di disagio. Ça va sans dire.

Scrivendo spero sempre che mi arrivi una nuova idea.
Scrivendo spero di avere nuova ispirazione e di trovare la soluzione.
Scrivere mi è sempre servito a questo. Non ho mai pubblicato un libro personale, proprio perché non ho mai scritto “per diventare una scrittrice”, ma per me stessa o per lavoro in azienda.
Mi sono poi resa conto che avrei potuto rielaborare i miei racconti di vita in modo da renderli adatti ad un romanzo, togliendo quei riferimenti personali poco utili ed impreziosendoli con quelle descrizioni che servirebbero a qualunque mente per girare il film nella propria testa, il film del mio libro.

Sempre per questa ragione ho pubblicato un libro sul benessere, che infatti non è un romanzo, ma un saggio romanzato, a metà strada fra il testo educativo e il racconto, con il fine di rendere comprensibili nella loro profondità, concetti sia semplici, ai limiti del banale, che scientifici, ai limiti della ricerca contemporanea. Un po’ come realizzare un semplice risotto con ingredienti d’eccezione: può potenzialmente piacere a tutti, ma sarà davvero apprezzato da “pochi”.
Inutile fare i fenomeni: la vita è fatta di cose semplici, che si complicano in base alle circostanze ed alle storie specifiche, quindi, quando si scrive bisogna sempre tenere presente che molto dipende dal filtro culturale ed emotivo di chi legge. Ho sempre amato quei docenti che erano in grado di far diventare semplice tutto. La loro limpidezza di ragionamento era tale da fare sì che la sufficienza fosse garantita a chiunque studiasse bene gli appunti. Non si poteva sbagliare. La matematica resa semplice, il latino reso musicale, l’inglese reso quotidiano, la filosofia resa un racconto, l’economia resa un gioco di equilibri, il diritto reso uno strumento di comprensione e gestione della vita, lo sport reso il minimo tributo al nostro corpo, l’arte resa una via di espressione parallela.

Per mia fortuna ho sempre amato curiosare, studiare, fare. La solitudine non mi ha mai pesato in quanto tale. Non ho mai desiderato fratelli e sono felice di non dover discutere con nessuno: i problemi con la mia famiglia sono solo miei, senza opportunistici confronti con fratelli e sorelle, senza se e senza ma. Nel bene e nel male ci sono solo io. Mi prendo tutto il peso, ma mi prendo, almeno, la certezza che la mia famiglia non può scaricarmi con maldestri paragoni: io sono il loro unico specchio. Quello che vedono e le reazioni che hanno di riflesso da me sono uniche. La relazione è bilaterale: io e loro, loro ed io. Loro come gruppo e come coppia io come singola. Se mi fossi sposata e avessi avuto figli naturali, come nel biliardo, sarebbero iniziati rapporti di sponda. Sponda giuridica. Non avendolo fatto, la situazione è sempre a due: io al centro e loro, variamente aggregati, dall’altra parte o intorno.

Chiudo questo pezzo. Devo andare al supermercato per pubblicarlo. Sono senza soldi e senza lavoro, altrimenti non lo avrei scritto e sarei stata impegnata a lavorare in modo “fruttifero”. Scrivere articoli non mi paga, anzi, mi rende visibile e vulnerabile da parte di chi ritiene di essere leso dai miei pezzi, in primis, proprio i miei genitori. D’altro canto, a questa situazione sono arrivata proprio perché non ho ricevuto il supporto adeguato al momento giusto. Ho cercato soci finanziatori, semplici acquirenti, una stanza in cui appoggiare la mia roba, ho cercato di rivendere i miei beni preziosi in famiglia, invece sono dovuta ricorrere ai “compro oro”.
Al momento ho solo i beni che uso e che ho comprato in passato. Non ho nemmeno il Wi-Fi.

Fra i tanti messaggi più o meno ridicoli, aggressivi, offensivi, cospiratori che potrei pubblicare, pubblico solo un pezzo di un messaggio di mio padre, quello più innocuo, nonché più simile a quello che mi ha scritto una mia cara amica. I toni delle persone che vogliono soldi da te e che sono tuoi sono più o meno gli stessi: diventano tutti finti buoni, ti “invitano” ad accettare loro condizioni, fanno supposizioni, ti abbracciano a fine messaggio. Che patetici: vorresti piangere ma ti viene da sorridere perché loro, dall’altra parte, proprio non si rendono conto di essere tutti uguali. Persone che nemmeno si sopportano, ma che parlano nello stesso modo.

Ridere o piangere? Come se ne esce?

Ho bisogno di un avvocato. Uno molto esperto, un coetaneo, sintonizzato sulla mia generazione.
Chiunque legga questo mio racconto e si senta di candidarsi può considerare questo racconto ed i vari articoli del mio blog come prima descrizione dei fatti per iniziare a fare ordine sul da farsi.

Ho competenze giuridiche, come si può evincere dai miei racconti. L’avvocato che cerco può essere sia maschio che femmina, contraddistinto da una prontezza di risposta giuridica e personale in grado di gestire il contraddittorio in qualsiasi situazione. Deve essere leale verso il cliente, scendendo a compromesso il meno possibile, libero dal dovere di colleganza e dai legami personali con i colleghi di foro. Il mio difensore ideale è specializzato in diritto di famiglia e del lavoro con profilo societario, fiscale e penale, ha esperienza anche di strada, avendo difeso le persone più disparate, conosce gli ambienti accademici internazionali e le periferie, ha un ottimo inglese, confidenza con la tecnologia ed è sportivo, è cinico a livello tecnico, considera sempre l’opzione peggiore, ed è in grado di capire quando la controparte sta dibattendo ai limiti di legge, informandomi senza vergogna, e sopporta lo stress di lettura e conversazione lunga e dettagliata. Se donna, deve essere molto aperta di mente e bella, se uomo, parimenti, deve essere molto aperto di mente, magari sposato ma non con rito cattolico, e sportivo. Solo una bella donna può difendermi senza entrare in competizione con me e solo un uomo sportivo può capire il mio metabolismo e le mie scelte. Di avvocati ne ho conosciuti tanti, li ho avuti come amici, datori di lavoro, consulenti, amanti. Sono la tipologia professionale che conosco meglio insieme ai ristoratori. Per donna bella intendo bella in senso oggettivo: proporzionata, tonica, colta, curata. Per sportivo, intendo realmente sportivo, non uno che faccia un’ora di nuoto la domenica mattina, o che esca in moto bei fine settimana, ma almeno tre giorni a settimana di palestra o sport, regolarmente.

In alternativa ad un avvocato, avrei bisogno di un uomo ricco che, amando i miei servizi, pagasse le spese minime necessarie a sistemare questa situazione, incluso l’avvocato, a cui non rinuncerei facilmente.

Qualunque avvocato che si candidasse dovrebbe dimostrarmi di non essere stato preventivamente contattato da chi mi sta facendo stalking. Sarebbe troppo facile farmi contattare da qualcuno che è già d’accordo con il mandante di questa situazione facendomi credere di sistemarla. Non sono nata ieri, ma quarant’anni fa. Grazie.

Ancora non so a quale prova sottoporrò l’avvocato, ma il mio mandato non sarà esclusivo e non sarà integrale, sarà un mandato per piccoli obiettivi, quindi un mandato di risultato, nonostante per legge l’avvocato non sia vincolato al risultato. Dovrò essere messa in copia a qualunque comunicazione, come facevo io con i miei avvocati, e mi dovrà essere spiegata qualunque cosa io non capisca. L’avvocato agente sarà lui/lei, ma il controllo l’avrò io. Il mandato sarà rinnovato al completamento di ogni fase, che concorderemo insieme in base alla strategia negoziale o processuale individuata. Quale cliente io potrò recedere dal contratto di mandato in qualsiasi momento, senza nessun indennizzo, essendo garantito il quantum debeatur per fasi ed obiettivi raggiunti. Forme di pagamento di tipo compensativo non sono previste se non negoziate per iscritto e con transazione tracciabile.
Il primo atto che dovrà compiere il mio avvocato sarà:
1. Intimare alla mia famiglia di dimostrare i contatti presi con il proprietario e intimare di versarmi immediatamente una cifra adeguata a pagare le spese immediate della mia vita quotidiana incluso il corrispettivo dell’avvocato per questo primo atto giuridico;
2. Denunciare sia la mia famiglia che il proprietario per essersi sostituiti a me e per le prevaricazioni, minacce via messaggio con richiesta di danno per il disturbo psicologico arrecatomi in queste settimane;
3. Diffidare i condomini con cui vivo per aver dato accesso a mia madre alle aree cortilive senza il mio consenso ed avermi costretta in casa quasi come un sequestro di persona;
4. depositare altre querele per truffa, in primis a Francesco Riva e Massimiliano Bertacchini;
5. Procedere con una serie di altre denunce per truffa, sequestro di identità digitale, cyber stalking, anche contro ignoti.
6. Attivare indagini preliminari per verificare i movimenti sui miei conti, presso l’INPS e per verificare la ripresa delle lezioni di fitness o in doccia per fini erotici presso il centro sportivo Heaven.

Grazie per l’attenzione

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