Da uno scontrino

Attenzione, ho tolto l’indicizzazione da questo blog, quindi, a maggior ragione, è pubblico, ma va cercato. Chi capisce di diritto da cosa intendo dire. Grazie per il supporto e buona lettura!

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Schiavi della tradizione, invece che forti grazie ad essa

Gli italiani sono schiavi del gusto e delle tradizioni, prigionieri di una mentalità del “si stava meglio quando si stava peggio” ed anche per questo io vorrei andarmene dall’Italia.
Stamattina ho avuto un confronto animoso in un negozio di bio in cui mi sono recata per comprare un prodotto che non ho trovato da altre parti, una farina di ceci.
Il negozio di bio era senza Wi-Fi e senza prodotti tecnologici di qualunque tipo. Mi sono lamentata, spiegando che ritengo assurdo che un negozio di nicchia, attribuibile in Italia alla corrente “radical si chic” di sinistra, non abbia il wi-fi. Nicchia di cosa? Solo di prodotti del contadino che peraltro constano il doppio che negli altri supermercati?

Aggiungo poi la fastidiosa contradditorieta della mentalità “bio” in Italia, facendo notare che il bio nasce in NordEuropa, all’insegna della ricerca scientifica, delle certificazioni, dove la tecnologia è la prima partner di una vita all’insegna della sicurezza, di chi non vuole rischiare. In Italia tutto questo viene tradotto in una mentalità conservatrice e tradizionalista “di sinistra”. Trovo contraddittorio questo paese in cui vivo. Inutile, io mi sento americana.
Guardo il retro dello scontrino e trovo il messaggio etico, che mi fa indignare: “una sana agricoltura sarà possibile solo se ci saranno bravi e coscienti agricoltori, sostenuti da un commercio lungimirante ed equo e da consumatori consapevoli e attenti”. Mi fa indignare la filosofia dietro lo scontrino, mi da fastidio l’uso di questi termini generici “bravi e coscienti” e mi dà fastidio “equo”. L’unica verità è he a tutti servono soldi. Gli agricoltori dovrebbero essere bravi per principio e basta, senza il bisogno del sostegno della lobby del bio, come ogni altro professionista dovrebbe far bene il suo mestiere per amore dello stesso. Mi fa indignare questa mentalità lobbistica italiana di sinistra che scarica le responsabilità individuali sempre sul gruppo.

Sì, sono individualista: credo nell’individuo! Infatti sono tecnologica, credo nei diritti di proprietà intellettuale e anche nella relativa applicazione industriale, che in quel momento rende l’invenzione applicabile al servizio della società. Evito di citare gli articoli della convenzione di Parigi del 1886, di Roma e tutti gli altri in merito, perché sto scrivendo di impulso e dovrei ripassare i numeri. Credo nell’articolo 2082 del codice civile che definisce l’imprenditore. A prova di ciò, in tutti i posti di lavoro in cui sono stata anche per breve tempo ho lasciato una scia di innovazione. Ho inventato soluzioni pratiche, con gli strumenti che avevo, per la gestione del business della società in cui ho lavorato, anche un semplice sistema di denominazione dei file, che in quella azienda che faceva media relations, era fondamentale per reperire in pochi secondi qualsiasi documento. Non ho mai ricevuto nessun riconoscimento nè diretto nè indiretto. Ho persino ricevuto “fastidio”, perché quanto fatto esulava giuridicamente dall’incarico per cui ero stata assunta e nessuno mi aveva chiesto di “migliorare” il sistema, andando ad interessarmi di cose di cui non avrei dovuto.

Credere nell’individuo, dunque, non significa essere egoisti. Nella vita ho sperimentato L’avidità provenire da tutte le parti. Avidità e generosità non hanno colore politico.
Altrettanto i sette peccati capitali appartengono all’individuo in sè. Essere individualisti non significa non pensare agli altri, ma pensare prima a sè in modo completo, cosa che evita di essere di peso agli altri. Detto questo, in “consumatore consapevole e attento”, come scritto nello scontrino, dovrebbe essere tale per se stesso, prima che per gli agricoltori.

Quello che quindi mi infastidisce di certe lobby è di utilizzare concetti validi per la persona, giustificandoli alla luce di deresponsabilizzanti concetti di classe. Gli agricoltori sono tenuti a lavorare bene, grazie (!) a prescindere dalla lobby del bio! Quel “solo se” del retro dello scontrino è una “condtio sine qua non” ideologicamente manipolatrice e fuori luogo, al servizio solo di lobby dei soldi e delle certificazioni, che, peraltro, sono da dimostrare, non essendo tutti certicati i prodotti venduti. Mio nonno ha coltivato bene la terra anche senza bisogno del bio. Mio nonno ha usato i pesticidi quando necessario e promuovere una cultura senza pesticidi è una ipocrisia. Semplicemente un pesticida viene superato da uno migliore o da una tecnica meccanica di protezione dei prodotti dell terra. Si chiama tecnologia agroalimentare, non “bio”. Chiunque sposi una filosofia “bio”, per come viene proposta, dovrebbe, coerentemente, non assumere nessun medicinale, così come qualunque vegano dovrebbe non indossare nessun capo in pelle, nemmeno una cintura e così come qualunque cattolico dovrebbe non separarsi. Fare filosofia nella vita quotidiana comporta coerenza etica.
Sono indignata perché da quando sono nata sconto sulla mia pelle l ‘ ipocrisia di persone, in primis della mia famiglia , che enunciano principi di comodo, principi che servono per mettere in sicurezza le proprie paure o i propri interessi. Crescendo, mi sono resa conto che quei principi erano sistemici. È un po’ come “mani pulite”, “lo facevano tutti”. Individui che ricorrono al sistema per giustificare le proprie esigenze. Io mi sento americana: non ricorro al sistema. Io ricorro agli individui, quelli che possano avere interesse nel mio lavoro, ovunque siano, anche appartenenti a differenti “sistemi”. È proprio la natura ad insegnare, grazie alla ricerca ed alla tecnologia, che lo stesso ingrediente può essere utilizzato in più settori. Non starò a fare una lista delle materie prime polivalenti, la può fare chiunque. Le materie prime sono, per definizione, sempre le stesse. Cambiano lungo il percorso di lavorazione, per cui un olio essenziale può essere usato nell’alimentazione, nella cosmetica, nella farmacologia. Quello che cambia è il livello di tecnologia – e di investimento in denaro – applicato alle materie prime. Direi piuttosto che ogni persona si colloca ad un livello di “tecnologia e performance di vita” – e di delega- diverso, piuttosto che appartenere ad un gruppo filosofico-politico tradizionalmente inteso.

Da sempre la gente discute sulle stesse cose anche senza tecnologia, perché quello che conta è la “delega” delle nostre “preferenze”, “affezioni,” “proprietà”: allevare i figli da soli, mandarli al nido, darli alla suocera, o chiamare una baby sitter?

Introducendo la tecnologia la discussione diventa: “preferisco avere i soldi in mano e metterli sotto il materasso e comprare solo di persona” piuttosto che “averli sulla carta e comprare anche online”. In entrambi i casi si pone il problema della sicurezza: nel primo caso i ladri vengono fisicamente a casa, nel secondo sono hacker o organizzazioni finanziarie stesse.

Sono senza wi-fi, sono da Carrefour a sto ascoltando la fantastica pubblicità di una ”plastica liquida a raggi UV”.

 

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