La paternità e la maternità

Maternità e paternità sono due sentimenti di possesso biologico prima che sentimentale.

Se ne rendano conto tutti coloro che non comprendono certi fatti di cronaca e che giudicano le situazioni in modo sommario. Quello che i genitori nutrono verso i figli è prima di tutto un senso di possesso ( “ti ho fatto io”), caricato dell’aspettativa che il figlio sia migliore del genitore stesso non per il benessere e la felicità del figlio, ma per l’orgoglio della famiglia ed il portafoglio del genitore. Molto spesso accade infatti che genitori e figli abbiano discussioni sulla scelta della scuola o dello sport, cioè le due attività sociali che più formano il ragazzo fuori dalla famiglia.

Siamo ancora nella normalità col senso di possesso e le aspettative quando si fermano a discussioni entro i venticinque anni circa, cioè la laurea e la fine del percorso di studi, che sono come una linea che si tira. Facendo le somme ci si aggiusta: il figlio è diventato grande ed il genitore ha avuto l’opportunità di moderare le proprie narcisistiche aspettative sul figlio, sempre che non siano stati commessi errori troppo grossi prima di quella età. Sotto i trent’anni il cuore di una persona è ancora tenero, è ancora capace di perdono.

Quando i limiti vengono superati, diventa davvero impossibile sanare qualsiasi cosa e le situazioni divengano patologiche, al punto da poter finire anche in tragedia di cronaca.

Che i genitori siano egoisti è dimostrato anche dal numero di coppie che ricorrono alla procreazione assistita, persino eterologa, invece che all’adozione. Vogliono un figlio geneticamente proprio, non vogliono un essere da amare.

Avere genitori patologici è invalidante nelle relazioni sociali, soprattutto ad alti livelli. Mentre conducendo una vita di periferia fra immigrati basta guardarsi negli occhi e capire che non è il caso di chiedere nulla, ad alto livelli bisogna sempre dare spiegazioni.

Negli anni in cui ho lavorato in uno studio legale mi sono trovata spesso in imbarazzo a rispondere a semplici domande fra cui: “quando torni dai tuoi?” “Cosa dicono i tuoi?”. È stato molto difficile sia dire la verità che inventare storie a tutela della mia privacy: non volevo infatti rendere partecipi i colleghi delle mie sventure famigliari in quelle che avrebbero dovuto essere conversazioni di piacevole circostanza, eppure era davvero difficile inventare qualcosa di credibile. Quando si ha problemi in casa, si capisce da tanti piccoli segnali. Per avere un po’ di discrezione e rispetto ho dovuto cogliere l’occasione di una collega orfana di madre. Le persone hanno imparato che anche chiedere “come stanno i tuoi” può essere imbarazzante, perché dovresti rispondere cose come: “mia madre è morta, mio padre se la cava”.

Ad alto livello sociali, avere problemi in famiglia, perdonate la tautologia, è un problema. È come avere la sfiga addosso. Non sei più figlio di “buona famiglia”, diventi uno “sfigato”, invece che uno in gamba, invece che vedere in te la forza, vedono in te la sfortuna e qualsiasi cosa accada, c’è un motivo valido che discolpa tutti: tu hai problemi.

Avere genitori problematici è invalidante anche nelle relazioni di coppia. Passata la prima fase di innamoramento e sesso entusiasmante, quando si inizia a conoscere meglio l’altra persona e si cominciano a vedere quali potrebbero essere i suoceri, diventa dura. La relazione viene davvero messa a dura prova. Sono davvero tante le situazioni che potrei citare e ancora oggi faccio fatica, perché ho sempre preferito andarmene e lasciare tutto dove era, praticando il distacco. Non l’ho mai fatto bene, evidentemente. Non ho mai tagliato abbastanza.

In tutte e tre le relazioni stabili che ho vissuto, il contatto con la famiglia d’origine è stato determinante per farci legare più del necessario o lasciare. Ora che ho quarant’anni trovo ovviamente meno difficoltà, socialmente parlando, essendo molte le persone separate o che hanno vissuto drammi da successione e fatti che a venti e trent’anni non vedevano come tali. Ora però è tardi. Sono rimasta fuori dalle relazioni importanti quando era il momento giusto per crescere.

Non è vero che il tempo aggiusta le cose, il tempo le cambia e basta: quando ci sono rapporti di forza invece che di comprensione o collaborazione, non si aggiusta nulla, cambiano solo gli equilibri, per cui, chi era più forte diventa semplicemente più debole solo perché magari è invecchiato. L’ultimo a morire è quel difetto, quello che ha ridotto la relazione a quella che è, una relazione solo biologica e giuridica. Certo difetti alcune persone non li perdono mai e se si pentono quando stanno così male da sentire la morte vicina, non è un pentimento valido. Chi veramente vuole costruire qualcosa cambia prima.

Un genitore lo sa. Un genitore sa bene cosa dovrebbe fare per riavvicinare un figlio. Se non lo vuole fare e continua a comportarsi esattamente nel modo che ha allontanato il figlio, vuol dire che non c’è speranza e che lo schema psicologico si perpetua, lasciando al figlio la decisione più dura: il taglio netto con giudizio sociale o “il figliol prodigo”.

Nella vita ho conosciuto diversi uomini, e donne, che hanno fatto la seconda scelta, ovvero quella di assistenza e sottomissione al possesso dei genitori, non concludendo nulla di personale. Figli al servizio di madri e padri, senza costruire nulla per se fino oltre i cinquant’anni.

Nella mia famiglia si sono emancipati quasi tutti, persino una zia che, pur non avendo lavorato dopo gli studi, si è emancipata col matrimonio. Il suo modo di distaccarsi è stato quello ed in questo è riuscita.

Il paradosso è che io mi sono emancipata quando ancora non ero diciottenne, ma ho sempre avuto genitori energici e intelligenti in grado di farmi persino seguire da lontano. A me non è bastato andarmene con gli studi e scegliere fidanzati non graditi, fare la valigia e cambiare città facendo perdere le tracce per mesi. No. Non è bastato. Mi hanno ritrovata, hanno attivato amicizie ed hanno ricominciato a perseguitarmi. Quando ho avuto bisogno mi hanno come sempre rinfacciato cose irripetibili ed oggi che possono guadagnare soldi dalla mia situazione si sfregano le mani per i soldi.

È molto triste da dover ammettere, ma può capitare che il tuo “handicap” siano i genitori, persone sempre depotenzianti che sanno quali tasti toccare per farti “andare giù”.

Forse il mio mito americano è stato sempre dovuto anche a questa situazione. Ho sempre visto negli Stati Uniti quello che sono: una terra di libertà, una terra in cui diventare se stessi.

Ho confermato e confermo oggi questo mio amore profondo per una terra in cui dicono: “I am”, in cui ti chiedono chi sei prima che di chi sei figlio, una terra in cui il mix delle razze è normale ed in cui il presidente è sposato ad una modella di origini croate, una terra piena di esempi che io ammiro, oltre alle loro contraddizioni.

Quello che si prova quando ci si deve difendere dai genitori è davvero pesante. Non c’è bisogno di psicologi per capire da dove nasca il senso di sfiducia: dalla famiglia! Non ci sono altre risposte. Le delusioni della società e del mondo civile sono superabili, quelle famigliari si radicano nel profondo e cambiano la persona senza nessuna possibilità di “recupero”. Quando il rapporto primario è inficiato, qualunque altro rapporto dovrà sopportare il peso della diffidenza. Una persona con una famiglia problematica sarà più fragile in coppia che da sola, perché condividendo l’intimità, immetterà nella coppia debolezza invece che forza rendendo possibili solo relazioni curative e di appoggio in cui il partner dovrà sostituirsi al genitore o riparare a torti non suoi.

Nel mio caso è andata benissimo: io mi sono emancipata presto e sono felice di avere finalmente quarant’anni, di essere single. Tale voglio rimanere. Non voglio dover condividere la mia intimità con nessuno nella vita quotidiana. Sul blog va bene, di persona no.

Io sono Amanda e chi si relaziona con me può farlo solo nel presente, senza indagini sul passato o aspettative sul futuro.

I tentativi di “normalizzazione” sono già stati fatti, con insuccesso. Se fosse stato più facile cambiare identità e vita come nel film di Luc Besson, lo avrei già fatto. Purtroppo la vita non è un film e lo stato non mi ha ancora permesso di cambiare un nome. Inseguita da persone di tutti i tipi a riportare il passato alla luce, dalle banche alle conoscenze, ai genitori stessi. Nella vita pratica succede che non ti lasciano cambiare vita lasciandoti ciò che è tuo: no! Pretendono una specie di riscatto, pretendono soldi sui tuoi beni, sul tuo lavoro, prima di lasciarti andare pretendono di avere la sacca abbastanza piena.

È uno schifo. Nasciamo con il debito pubblico e passiamo la vita a pagare, impariamo a correre per tenere a distanza chi pretende di vantare diritti su di noi. Non capita a tutti per fortuna, solo ad alcuni. Quando le cose funzionano normalmente, i genitori divengano partecipi dei successi dei figli e li aiutano nelle difficoltà. Ho visto genitori vendere la casa per diventare bravi nonni, persone che in un paio di mesi hanno lasciato la casa storica per traslocare a settecento km di distanza e aiutare con i nipoti. Non sarebbe mai stato il mio caso, infatti io non mi sono mai sposata. Non ho mai sentito di avere incontrato un uomo in grado di reggere la pesantezza della mia situazione di origine e sono rimasta da sola. Questo sentimento mi ha emancipata presto. Forse in comune con le donne della mia famiglia ho proprio l’auto determinazione. Io sono però l’unica che si è emancipata in modo non convenzionale.

Chiudo. In una nazione basata sulla famiglia come l’Italia sto male. Serve sempre la famiglia per le piccole cose come la prima casa. Siamo una nazione in cui si fa fatica a comprare casa con lo stipendio. Mi sono informata tante volte, ma è davvero difficile. Adesso si può vincere con SISAL. L’Italia da così: distribuisce i soldi con la scusa della lotteria per evitare di dover fare riforme e affrontare problemi. Vincere alla lotteria è un modo facile per anestetizzare dalla tristezza di una situazione che non funziona a livello sistemico. Nel momento di massima disperazione, si tenta la fortuna. Qualcuno vince. Il “popolo” è contento e continua a credere a Babbo Natale, nel frattempo le istituzioni continuano a chinare il capo alla Merkel e fare pagare le accise per la prima guerra mondiale sulla benzina.

Questo accade in una nazione in cui la famiglia è tanto importante. Intanto io so che i miei blog sono controllati da “qualcuno” e passo le giornate, come direbbe Luca Carboni, a “parlare della sfiga”.

No way out finché chi mi ha messa in questa situazione non si manifesta e la risolve, scusandosi, perché non mi conosceva ed ha causato problemi davvero evitabili. Io avrei preso la mia licenza NCC e avrei fatto la bartender nei fine settimana mentre curavo il web e lo sport.

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