Un’ultima parola

Anche se ho chiuso il blog, voglio pubblicare, stavolta, un post “pesante”: la mia opinione sulla proposta di legge avanzata da Doppiadifesa.it (la potete vedere nella Sezione legale) per il riconoscimento di una pensione alle casalinghe.

In sintesi, io sostengo che dare una pensione a donne che si occupano della propria casa, senza specificare il livello socio-economico-culturale di tali donne, sia umiliante e improprio, dovendosi trattare di una remunerazione, invece che di un sussidio statale, per conferire dignità alla professione stessa.

Sostengo dunque che, per come è scritta, la proposta di legge ottenga il risultato opposto a quello per cui è stata concepita.

La domanda da porsi è: nella nostra società, quale è profilo della “casalinga” che ambisca alla “pensione” il proprio lavoro?

Di seguito il mio contributo:

“Carissime Giulia, Michelle e Staff,

Complimentandomi per la vostra fondazione, colgo l’occasione per contribuire con un commento.

Avanzando dei dubbi sulla cifra di 7mila, nel testo, giuridico, manca a mio avviso una parte economica fondamentale per renderlo convincente ed efficace.

Onde evitare che, come spesso accade, ci si approfitti di ogni forma di assistenzialismo, inventando persino reati, andrebbero stabiliti precisi criteri di eleggibilità.

Per essere concreti: dovrebbero avere diritto a tale “pensione”, che dovrebbe avere carattere di “integrazione al reddito” come l’indennifa di disoccupazione, donne che dimostrino di essere casalinghe professioniste, quindi a partita iva che esercitano la professione non solo a vantaggio della propria abitazione e famiglia, ma anche a vantaggio di abitazioni e nuclei famigliari esterni, per esempio non limitandosi ad accudire il proprio anziano, ma accudendone due o tre contemporaneamente, oppure non limitandosi ad accudire i propri animali e la propria casa, ma anche animali di altri e altre case.

Nell’arco di d’una giornata lavorativa di 12 ore (fare la casalinga non potrebbe essere equiparato al lavoro impiegatizio essendo compresi spostamenti per la spesa e altre attività comporganti dispersione del tempo come fare la fila presso un ufficio pubblico per l’amministrazione casalinga), circa 2/3 ore dovrebbero essere dedicate alla cura di “case altrui”.

La casalinga professionista dovrebbe generare un reddito reale, dato da controprestazioni, quindi solo, integrato da una indennità da percepire da ex marito o stato se a seguito di causa legale in cui si dimostra l’incapacita Della donna di tornare a vita reddituale “esterna”. Il principio del mondo del lavoro è infatti la produzione di beni e servizi per lo scambio, non per la sopravvivenza del singolo.

Le forme di lavoro e generazione del reddito sono tante.

Sotto un profilo psico-sociologico, far percepire una pensione contribuirebbe alla depressione della casalinga, che si sentirebbe ancor più inetta alla vita sociale, euquiparata ad invalidi e anziani, Cioè categorie di persone non più abili al lavoro.

Un soggetto sano deve percepire una retribuzione nascente da scambio di beni e servizi col mondo esterno, dovesse anche trattarsi di prostituzione.

In alcun modo, poi, si può ammettere che lo stato paghi le donne per prendersi cura della propria casa, se quella casa non genera un beneficio sociale, diventando quindi uno stato padrone, tipico degli Stati etici con famiglia patriarcale di tipo mussulmano o cattolico ante 1968 e 1977.

Lo Stato è “res publica”. È invece ammissibile che le casalinghe siano remunerati da mariti, ex mariti, padri o famigliari con anticipazione di una percentuale sull’eredita.

Tornando al punto iniziale, se la donna, a seguito del rapporto di matrimonio, è giudicata non più in grado di essere produttiva nel mondo esterno, (problema che vivo con una famigliare), allora deve essere condannato il marito a versare un assegno di mantenimento.

Qualora riteniate il mio commento interessante, non esitate a contattarmi.”

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