Perchè a 40 anni apprezzo Ermal Meta

Lo scorso anno è uscito con “Vietato Morire” e quest’anno con “Non mi avete fatto niente”.

Due pezzi forti con testo attuale, ben ritmato, attuale, tanta vitalità in quel modo di cantare-gridare-rappare di chi sa sopravvivere.

I messaggi di questo ragazzo sono chiari e sono pure collegati da un anno all’altro.

Mi dispiace ci siano state questioni sul plagio. Non merita di vincere proprio per quello, perché un artista forte non deve prestare il fianco a facili critiche tecniche o lesive di diritti di colleghi.

Il mio augurio è che possa far tesoro dei semafori dei critici ed esperti che lo hanno ammonito e possa dimostrare in futuro se davvero ha fatto solo due exploit o se ha intrapreso una strada nuova. La rabbia giovanile può passare col successo. Rimanere un artista rock è tutt’altro che facile. Cantare di amore in modo rock è una sfida.

Leggendo la sua biografia ho appreso che è italo-albanese. Lessi un libro anni fa sull’Albania che si intitolava proprio “Vietato Morire”, era definito “Il paese dove non si muore mai”.

La vita è lunga ed ognuno, nei periodi difficili, trova conforto o forza in sonorità e parole diverse. I due pezzi di Ermal Meta rientrano in quel genere di rap-rock duro e urlato “da periferia” in cui vivono molte più persone di quanto il pubblico di Sanremo non immagini.

Ermal Meta canta per chi sta fuori dalla comfort zone se non addirittura per chi non sa nemmeno cosa sia. Canta per molte più persone di quanto il Festival Nazionale non immagini, essendo una manifestazione dalle chiare sfumature patriottiche, per cui “la scimmia si rialza” va bene perché cantato come filastrocca da aperitivo e concilia innalzare le mani “Namaste ale”. Al Festival non interessa se la comunità yogica non abbia apprezzato l’italianizzazione del Namaste nella canzonetta da aperitivo, che poi, agli aperitivi, nemmeno è andata più di tanto, perché l’immagine di una scimmia che balla fa poco figo, non è fashion, non è house, non è beat.

Ho troppi anni per trovare conforto o ispirazione nei due pezzi di Ermal Meta. Da sempre amo le lunghe note delle chitarre rock famose e quei pezzi mancano della giusta musica, ma nel contesto del Festival Nazionale, trovo sia un bel pezzo. Assieme al suo, un altro pezzo ammesso all’ultimo minuto, che purtroppo termina con una fischiettata, togliendo valore a quanto cantato prima.

A 40 anni, nonostante i miei studi, inclusi quelli di solfeggio (ho studiato chitarra classica per un anno), apprezzo giovani rivoluzionari che con forza dirompente cantano il dolore, la forza, l’energia e mandano anche chiari messaggi di vita. Sono loro, la generazione di internet, quelli che diventano milionari prima dei trent’anni.

Non riesco più ad ascoltare i nostri classici “cambia il tempo mai noi no, ti diremo ancora un altro si”. Vi prego, dite no! “C’è chi dice no!” “Io non mi muovo”, “io sono ancora qua, eh, già!”. Canti di forza, inni alla vita, non alla polemica, canti di resistenza, non politicamente Intesa, canti di forza. Il rock, da sempre, è il genere musicale più capace di esprimere questi sentimenti, che chiedono a volte di esplodere.

Si, perché diciamola tutta, la gente va dallo psicologo per sentirsi dire di fare un giro in bicicletta e urlare a squarciagola il proprio dolore. Si siede su una poltrona e paga per sentirsi dire di andare dalla persona che l’ha ferita e dirgli tutto in faccia “come lo sta dicendo a me adesso”. A volte basta a ascoltare una canzone. Una canzone che urla al posto tuo, che si fa carico di sentimenti che la persona non artista fatica ad esprimere.

Questa è una delle funzioni degli artisti. Percepire il mondo, le sue emozioni e farsi mezzo per esprimerle sotto forma più o meno universale, ma comunque capace di comunicare a tutti. Così un dramma individuale, come la classica pena d’amore, viene sublimato e in qualche modo guarito grazie all’arte, o quantomeno ne viene alleviato il dolore.

Ermal Meta rimane comunque più politically correct dei Negrita e del loro “libro in una mano, pistola nell’altra” canzone di critica sociale molto forte, poco conosciuta. Alla fin fine, Ermal Meta non parla di politica, non dice “gli spari sopra sono per voi”, dice solo che “è vietato morire” e che “non mi avete fatto niente”. Rimane entro la sfera delle emozioni del singolo. Lancia un messaggio. Pare che si sia ispirato ai fatti del Bataclan. Mi sembra sia diritto minimo urlare che la vita è andata avanti nonostante le bimbe, perché è così. “Je suis Charlie” è ad un paio di ore di aereo da Roma.

Una canzone che non vincerà per ottimo motivi, ma un artista che ha qualcosa da dire e che lo fa con le modalità dei giovani, quelli che imparano a farsi strada da soli, perché il muro è caduto quando loro erano appena nati, quindi della guerra fredda sanno qualcosa solo se l’insegnante di storia ha fatto in tempo a terminare il programma.

Giovani cresciuti in famiglie di genitori divisi, che non hanno conosciuto il mondo prima dell’euro, che non sanno cosa vuole dire cambiare i soldi prima di fare un viaggio, cresciuti con la tecnologia in mano, che hanno capito che la comunicazione è importante a tutti i livelli.

A 40 anni, io sento di avere da imparare da questi giovani, quando leggo per esempio che Marc Zueckerberg è arrivato dagli Stati Uniti per trascorrere qualche giorno in provincia di Modena in un casale a rilassarsi degustando aceto balsamico tradizionale.

Questi sono i giovani che stanno prendendo le redini del mondo con le loro intuizioni, trasformate in business. Sono “foolish and hungry” come Steve Jobs. Non hanno i freni dei retaggi culturali che abbiamo noi.

Ecco perché a 40 anni apprezzo Ermal Meta.

Non ho riletto il post. Correggerò eventuali refusi e imprecisioni in seconda lettura. Ho citato nel virgolettato canzoni famose.

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