Il labirinto dell’identità

Oggi sento il bisogno di scrivere dell’identità non dal punto di vista del nome anagrafico, che come sapete ho chiesto di cambiare, ma da quello digitale, ovvero di come le tecnologie stanno impattando sulla nostra identità nella vita pratica di tutti i giorni.

Parto dalla constatazione che, all’età di soli quarant’anni, con titoli di studio ed esperienze lavorative intense, la mia percezione è che ci troviamo in un labirinto.

Le tecnologie digitali sono avanzate ad una velocità superiore a qualsiasi adeguamento amministrativo dei grandi apparati. Si sono evolute spinte dalla naturale esigenza di rispondere alle esigenze del mercato, quando non di stimolare bisogni latenti per conquistare nuove quote (Facebook ed i social in questo sono leader), ma lo hanno fatto senza sedersi al tavolo con le istituzioni. Queste ultime, di solito gestite da manager e politici over quaranta con formazione giuridico-economica, hanno più che mai bisogno del confronto e del supporto delle menti “giovani, ispirate e sregolate” dei ventenni del web, capaci di creare business con l’etere.

Invece, come spesso è avvenuto nella storia, le esigenze dell’economia e del progresso umano, basato su competizione e quote di mercato, hanno creato realtà ed esigenze che sono state giuridicamente regolate ex post.

Basta ricordare come sono nati gli assegni, commercial papers, i vari strumenti di pagamento ed i diritti di proprietà intellettuale. Alla base di ogni nuova normativa, c’è sempre la difesa dell’uomo, che, inteso in senso olistico, comprende anche il suo patrimonio, le sue opere d’inverno, i frutti del suo lavoro o dell’attività commerciale da lui costruita, le persone legate al suo business. Uomo non è solo nome, famiglia e sentimenti, ma è forse, prima di tutto, la propria proiezione nella società, da cui deriva il suo sostentamento economico, a prescindere da questioni di famiglia, morale e sentimenti.

Fatta questa premessa, constato come in Italia ci siano problemi di coordinazione dei sistemi di trattamento dei dati personali nelle realtà digitali di enti, amministrazioni e grandi società.

Li metto tutti insieme, perché basta andare su alcuni motori di ricerca, per scoprire come, digitando alcuni dati chiave, in particolare il codice fiscale o la targa della macchina, siano in realtà “dati chiave di accentramento” registrati in un data base centrale che ci impedisce di digitare “dati sbagliati” nelle anagrafiche.

Per esempio, in modo assolutamente anonimo è possibile accedere ai dati di revisione e kilometraggio di una targa automobilistica, è possibile elaborare il codice fiscale partendo da nome e cognome, in compenso per registrarsi all’Agenzia delle Entrate bisogna addirittura dichiarare l’ultimo reddito, per registrarsi al sito INPS bisogna aspettare l’invio di un PIN cartaceo, per il Ministero dell’Economia SPID non serve, serve invece la Business Key per registrare un marchio, per registrarsi alla Polizia di Stato e collaborare bisogna registrarsi , ma se il tuo nome risulta misteriosamente assegnato ad altri, non ti viene data la possibilità di registrarti con altro nome.

In compenso, la PEC, che per legge dovrebbe validamente sostituire la raccomandata, è gestita da diversi enti con diverse modalità. A distanza di circa un anno dall’apertura della partita iva, facendo un conto grossolano di quanto fatto o non fatto, perso o investito bene, mi sono ritrovata a fare affidamento su due cose: 1) le mie copie cartacee archiviate ed i miei appunti manoscritti; 2) la mia personale archiviazione su cloud/cellulare.Nella giungla di:

  • password da cambiare ogni 3 mesi e software che si propongono di memorizzarle per te; funzione “occhiolino” per il controllo della digitazione assente o presente; domanda per il recupero;
  • PIN, PUK, userID,
  • Accounts, username, password operative e dispositive, OTP,
  • error404 e sistemi momentaneamente non disponibili;
  • Polizia postale che accoglie querele su violazione di account, ma che per farlo richiede la perizia di un esperto (dimostrare la violazione dell’account non è così semplice);
  • Grandi società come Vodafone che non hanno una email o valido modulo per reclami e risoluzione problemi; o come Lottomatica, che risponde in modo misterioso a domande puntuali sui suoi servizi;
  • Società finanziarie che hanno accesso alla tua situazione patrimoniale e ti impediscono di comprare a rate un po’ di tecnologia;
  • SPID che consente accesso solo a limitati servizi;
  • Conti correnti non collegabili allo stesso numero, oppure sì, a seconda dell’istituto.

Mi sono ritrovata a moltiplicare le email per cercare di distinguere il lavoro e a chiedermi quanto valore economico avesse il tempo che avrei dovuto spendere per un ricorso o un altro.Credo che il futuro digitale sia nella realizzazione di un sito web personale internazionale (come gli intranet aziendali) che ognuno gestisce per sè e che si collega agli enti ufficiali solo on demand, con una serie di funzioni di operatività base incluse e uniformi per tutte le istituzioni. In pratica le istituzioni internazionali dovrebbero concordare un piccolo web con:

  • una parte contenente i dati per la circolazione internazionale;
  • Una parte contenente i dati economici e fiscali;
  • Una pare contenente i dati sanitari (Le vaccinazioni effettuate, il gruppo sanguigno, le scelte in termini di donazione organi ed eutanasia, dettagli alimentari per esempio allergie);
  • Eventuali fatti e atti rilevanti (titolo di studio, multe, essere votanti attivi o cittadini disinteressati).
  • Una sezione specifica per le segnalazioni e richieste di aiuto di ogni tipo.

Lo stesso sito web dovrebbe essere collegabile ad un altro sito personale con le funzioni principali di archiviazione, costruito sulla base di un calendario di eventi, una specie di diario umano, che servirebbe ad ogni uomo di essere cittadino del mondo. Naturalmente il back-up su hard disk esterno per ognuno, come la scatola nera degli aerei. Tale sito dovrebbe essere facoltativo: solo chi “non ha niente da nascondere” e lo ritiene utile, deve poterlo costruire dichiarando e rendendo spontaneamente disponibili informazioni che altri intendono non dichiarare, in cambio di una vita “no stress”, una vita in cui puoi andare “dove vuoi”.Gli attuali problemi di password e codici sempre diversi non sono nemmeno utili alla sicurezza.Sarebbe sufficiente cambiare password una volta all’anno, visto che gli hacker sono intelligenti e colpiscono quando vogliono loro, quindi non conta aver cambiato 5 minuti prima o 3 mesi dopo. Importante sarebbe invece che nessuno possa scaricare immagini senza “watermark”: l’unico modo di tutelare davvero le immagini è l’applicazione automatica di una scritta sullo sfondo che appare col download ed una che obbliga a mettere un codice da “screenshot”. Andare ad indagare i meta dati è da esperti IT ai limiti dell’hackeraggio.

Basterebbe che il sistema obbligasse ad applicare un evidente codice che dichiara il metodo di elaborazione dell’immagine.Molto utile il sistema di riconoscimento facciale e vocale: invece di dover rispondere a domande quali “il nome del primo animale domestico”, bisognerebbe poter far riconoscere il viso, la voce, l’impronta, come già fanno Apple e Microsoft.

Per quanto riguarda i ricorsi legali, credo serva un punto di riferimento internazionale senza avvocato, che processi una serie di atti illeciti d’ufficio o pagato proprio dai grandi attori del digitale. Io per esempio ho perso alcuni soldi con una società fantasma, una email, due account. Grandi operatori come Google, Instagram, Facebook non sono altrettanto grandi nell’assistenza, in compenso tengono il conto al centesimo per la reportistica di ADWords, o non permettono di essere raggiunti facilmente per questioni di primaria importanza come “il proprio nome/il proprio account”. Oggi le piattaforme sono tutte diverse e ti fanno perdere tempo prezioso nel farti compilare anagrafiche che non restano in memoria o che non vanno a buon fine sprecando tutta l’energia vitale che hai messo nella compilazione della pratica. Operatori call center che hanno istruzione di far rimbalzare la telefonata invece che di risolvere il problema. Vorrei che gli scienziati di neuroscience facessero uno studio serio sulla “fatica” che fa un cervello ad entrare in questo labirinto digitale e ad uscirne senza sentirsi stanco. Ore di fronte a video di tutti i tipi, ore a scrivere, recuperare, copia-incollare, digitare, archiviare col senso di frustrazione finale quando finisce tutto in “error404”.

Energia che hai tolto al resto della vita: ai figli, al lavoro, allo sport, allo studio, ai tuoi hobby.

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