Racconti – n.X – Il gene debole

Ad un certo punto si rese conto di essere bionda.

Quella volta uscì dal parrucchiere con forti colpi di sole, ai limiti del platino, colore fortissimo per lei che si era sempre ritenuta mora ed era stata amata come una castana mediterranea dalla pelle bronzea, con gli occhi troppo scuri per sprofondarci dentro e fare innamorare per davvero chiunque. Il complimento più romantico era stato “Bambi”. Sì, perché si era infatuato uno che vedeva in lei occhi da cerbiatto. Niente femme fatale, un cerbiatto. Occhi e capelli troppi scuri per amore adulto e folle, su un corpo troppo armonioso per una passione dai toni latini. Non si poteva sprofondare in quegli occhi scuri a specchio. Sì, come il vetro di una metropolitana che riflette quando si fa scuro e lascia vedere l’immagine quando è più illuminato.

Aveva già provato tutti i tipi di riflesso ed aveva persino provato il rosso Tiziano col taglio corto, ma non si era mai sentita come quella volta, quando in un paio di ore divenne una bionda naturale. Sì, naturale, perché i colpi di sole le si appoggiavano sulla testa illuminandole il volto come piume.

Si sentì subito talmente a suo agio, da sentirsi a disagio.

Nessuno dei conoscenti “fece una piega”, tranne sua madre e una sua cara amica, rimaste attaccate al fascino della brava ragazza mora e mediterranea.

Di lì a pochi giorni conobbe una ragazza in palestra, con cui entrò in confidenza velocemente, che inizio quasi subito a chiamarla “Bionda” e “Blond”. Sì, bionda. Lei. Proprio lei. Ed era una giovane coetanea a dirglielo, una bella ragazza poco complimentosa, quindi doveva proprio essere così: lei non lo aveva mai saputo e compreso prima, ma, in fondo, era bionda. Fosse per caso riuscito qualche gene debole (come si chiamano, alleli?) dal nonno biondo ad arrivare fino a lei e finalmente riuscito ad ottenere il proprio riconoscimento in mezzo a tanta forte mediterraneità?

Poco importa se c’era bisogno di trenta volumi di acqua ossigenata per farlo uscire, quel debole gene aveva trovato il suo posto sui suoi capelli e nella cornice del suo volto.

Rasserenante e inquietante. Quante altre cose non sapeva di se stessa? Quanti altri geni deboli, ma potenzialmente forti, avrebbe potuto avere senza conoscerne l’esistenza? Uno lo aveva trovato e da quel momento lo aveva tenuto con sè, aiutandolo con quella dose di acqua ossigenata di cui si doveva nutrire per saltare fuori.

“La Bionda” era davvero bionda.

Una serie di cose iniziarono a cambiare. Iniziò ad osservare bionde di tutti i tipi e a comportarsi da bionda.

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