Rimpianti e rimorsi

L’età conta. Tempo che passa, tempo che segna, tempo che spendiamo in un modo o in un altro.

A quarant’anni si tende naturalmente a fare bilanci. Ci sono casi della vita in cui è spontaneo. Non voglio sostenere che sono felice come sono che se non avessi fatto tutto ciò che ho fatto oggi non sarei qui. Non ho intenzione di ringraziare qualunque cosa solo perché oggi sto benissimo e sono in forma. No. Ho alcuni rimpianti ed ho alcuni rimorsi.

Tornando indietro, sarei più “egoista”, più concentrata su me stessa, lasciandomi distrarre meno da condizioni ambientali da cui mi sono lasciata condizionare, raggiungendo alcuni obiettivi in meno, obiettivi che a vent’anni sembravano qualcosa “in più”, non necessari, e che forse mi avrebbero cambiato la vita, o permesso di viverla in modo più intenso.

I miei rimpianti?

All’università: non avere mai terminato i corsi di lingua russa e araba che avevo solo iniziato. Russa, soprattutto. Poi, avere abbandonato una seria pratica sportiva a favore di lavoro, ore di straordinario e studio che, oltre un certo livello, mi è servito fino a un certo punto. Non ho finito: avere investito tanto sulla moto, invece che su tacchi alti e abiti sexy. La maggior parte dei soldi che riuscivo a risparmiare sono andati in una passione che ho lasciato e che non mi ha sostenuta nella mia fragile femminilità. Donna forte, femmina fragile. Sempre all’università, avevo persino preparato un business plan per una linea di abiti. Abiti da sposa per una donna moderna, una donna che prevede di sposarsi anche più volte nella vita, che quindi vuole investire in modo diverso su quel giorno, considerarlo un giorno che potrebbe non essere l’unico. Non ci si sposa solo una volta nella vita. Ci si può sposare anche più volte e l’abito di una donna emancipata deve esprimere questo: il rapporto di coppia deve essere confermato, il matrimonio può finire. La particolarità della collezione era che era scomponibile: lo stesso abito poteva, con pochi accorgimenti essere riutilizzato per una serata di gala o un cocktail, insomma un abito versatile per alcuni momenti importanti, non solo uno. Al tempo, tuttavia, non avevo abbastanza conoscenze di tessuti e stile. Solo un’idea e qualche bozza per l’esame di organizzazione industriale.

Tornando all’abito, per me l’abito da sposa avrebbe dovuto essere sexy, drammaticamente sexy! La sposa dovrebbe essere la più bella per davvero, il suo uomo la dovrebbe desiderare in quel giorno più che negli altri. Non dovrebbe essere solo il giorno per i parenti e la famiglia, ma il giorno, in primis, degli sposi: lo celebri come vuoi, inviti chi vuoi, metti una firma importante.

Non mi sono mai piaciuti gli abiti da principessa, gli abiti da favola, gli abiti troppo coperti. Ho sempre amato gli spacchi. Spacchi ovunque. Tessuti che accompagnano morbidamente il corpo in ogni movimenti, che si aprono e chiudono mentre cammini verso l’altare o la scrivania del municipio. Vedo non vedo.

Oggi penso allo sport, a come essere sexy anche mentre mi alleno.

Il corpo dei 40 anni purtroppo non è quello dei 20: è più asciutto e meno elastico. Più nervoso. È necessaria un’alimentazione ed un’attività diversa. Può essere persino più interessante, ma è diverso di fatto.

Come molti cresciuti in contesti difficili ho sviluppato abilità concrete, forza in tanti settori, per sopperire alla difficoltà di essere femminile e saper conquistare con la femminilità. Ho messo da parte tutto ciò che era delicato, pur essendone attratta. Seta. Cashmere. Adoro i tessuti morbidi. Adoro i tacchi alti. Adoro i trucchi. Adoro abbassare la guardia. Invece mi trovo a doverla tenere alta. Ho sempre “invidiato” quelle donne che con due lacrimucce erano in grado di piegare il voler di un uomo. Un mistero per me. Come si fa a piangere? È capitato anche a me, ma resta per me un mistero. Io non ho mai pianto di fronte a nessun uomo. Ho quasi sempre pianto per stanchezza. Tanta stanchezza da togliermi le energie per fare quello che stavo facendo. Le lacrime mi sono sempre sembrate un regalo, un privilegio da non concedere a nessuno. Si piange quando viene a mancare il fiato e si è profondamente delusi da qualcosa. Si piange quando si ha bisogno di sfogare insoddisfazione. Non si piange solo per dolore o per gioia.

Ho speso anni della mia vita, anni importantissimi a cercare di difendere un nome debole, quando invece avrei potuto cambiarlo. Nome e cognome che non mi hanno dato energia, me ne hanno solo presa. Il paradosso è che nemmeno li avevo scelti io, erano semplicemente quelli che avevo ricevuto dai genitori, non erano miei, erano i loro! Ho difeso per anni qualcosa che in fondo avevo fatto mio, ma non era mio! Pensateci: il nome che vi danno i genitori, è quello che hanno scelto loro, caricandolo dei loro sogni, delle loro aspettative, ma voi, voi come vi chiamereste? Se vi svegliaste da un incidente in auto senza ricordarvi il vostro nome, vi guardaste allo specchio, ascoltaste la vostra voce, voi, come vi chiamereste?

Complice forse quello che mi sono sentita ripetere per anni, fino alla nausea, sia da mio padre che da mia madre: “ricordati che ti ho fatta”, “ricordati che ti ho vista nascere”, “cos’hai paura di farti vedere? Guarda che io ho vista nascere”.

Già anni fa rispondevo: e quindi? Traducibile in inglese con “so what”? Quindi oggi ho cambiato nome di fatto e spero presto anche legalmente.

Rimpianti e rimorsi. A quarant’anni si fa pace con tutto e si può continuare a vivere.

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