Mio nonno era un trovatello

Chissà se oggi, sentirmi tanto lontana dai miei parenti di primo e secondo grado non dipenda da qualche antenato che mi ha tramandato il suo spirito, quanto basta per avermi fatto prendere una strada assolutamente diversa da quella per cui sono stata in tutti i modi – persuasivi e costruttivi – incanalata.

Mi viene in mente stasera, dopo aver visto un film sull’inconscio. Mi era venuto in mente anni fa, leggendo “Donne che corrono coi lupi”, quando, dopo un piccolo incidente in auto, mi sono messa a fare il punto della mia vita, provando a capire come mai sono tanto diversa da una madre intellettuale e anaffettiva e da un padre non-padre, epicureo. Diversa nella personalità e nel fisico. Diversa dai parenti. Non sono riuscita a rimanere nella mia terra pur provenendo da una terra ricca in tutti i settori dell’economia e della vita sociale, una terra che non conosce emigrazione, ma immigrazione. Strappata via da qualcosa, da un richiamo che fin da piccola mi ha portata a periodi di isolamento e continua ricerca di “altro”. Strappata via alla ricerca di un’altra appartenenza.

Me ne sono andata tante volte. Il taglio più netto è stato il primo settembre del duemilaequattro, giorno del compleanno di mia madre. Lei era al mare, come sempre, da sola, perché i miei erano separati in casa, quindi coabitavano come coabitano in tanti, solo con qualche pretesa e discussione in più.

Quel giorno me ne andai di nascosto, senza avvertire e non tornai per mesi. Appoggiai la macchina al sicuro e presi un treno per Roma. Presi un nuovo numero di telefono e abbandonai il vecchio e primo numero 333-1318047. Lo ricordo ancora il primo numero.

Arrivai a Roma in zona Battistini, poi mi spostai a Piazza Bologna, poi Magliana Nuova, poi Trullo Monte delle Capre, poi Nomentana Pietralata, poi Santa Maria Ausiliatrice Villa Lais, infine Morena.

Prima di Roma, Milano. Prima di Milano, Gorizia e viaggi in Europa da quando avevo 15 anni.

Sentivo che me ne sarei andata fin da quando avevo circa sette anni, quando, rientrando in auto dalla visita domenicale alla nonna paterna , finiva sempre in discussione o in silenzio parlante, quel genere di silenzio in cui capisci che ognuno pensa a sè. Un regista avrebbe ricavato tre film in un viaggio: un film per i pensieri di mio padre alle compagne del momento, un pensiero per mia madre e chissà quali strani dispiacere di una mente labirintica, ed il mio. Io che ascoltavo le canzoni che metteva mio padre, prevalentemente Mina, Celentano, Ornella Vanini e Django Reinhardt.

Di tutte quelle domeniche ne ricordo in particolare una in cui stavo seduta dietro ed in cui i miei ebbero una crisi più profonda delle altre. Dopo quella volta, io iniziai a sedere davanti, al posto di mia madre. Dopo quella domenica io iniziavo ufficialmente a fare da cuscinetto. Non era vero che mio padre mi faceva sedere davanti per contrastare la nausea. Quando gli altri gli chiedevano come mai la moglie stesse dietro, la ragione ufficiale era quella. Sono stata male solo due volte facendo i tornanti di Serramazzoni – che adesso chiamano Panoramica – , ma da quando aprirono l’Estense – su cui oggi si vedono Ferrari in prova – io non ero più stata male anche se spero piccola.

Sono stati tanti gli appelli ricevuti negli anni per il salvataggio del loro matrimonio. Tante volte hanno sperato che io mi mettessi a piangere di fronte a loro e li implorassi di stare insieme per me. Avevano bisogno della scusa. Invece non accadde, mai, nemmeno quando mia madre si mise a provocare mio padre al punto di farsi mettere le mani addosso.

Anche allora io, già grande, intervenni, separandoli, ma dissi anche di smetterla con le sceneggiate, perché sarei uscita dalla porta definitivamente. Così feci qualche anno dopo.

Per qualche anno pensai solo a scappare e a rifarmi una vita. La Capitale mi sembrava grande e generosa e con un ottimo clima, un clima davvero seducente.

Qualche anno più tardi, bella Sede di via del Consolato, dopo qualche mese che lavoravo in uno studio legale americano, tornando da una pausa pranzo, misi nel lettore cd del pc un disco appena comprato: Django Reinhardt.

Alle prime note ebbi un tuffo al cuore e un flash back. Un flash back così forte da sembrarmi per un attimo un’allucinazione. Una visione in pieno ufficio con i telefoni che squillavano intorno e le colleghe che rispondevano. Io con le cuffie mi rividi su quella macchina, a quell’età ed iniziai a ricordare.

Iniziai anche a scrivere. Iniziai a tenere una specie di diario di racconti brevi in cui scrivevo d’impulso per aiutarmi a fissare qualcosa in una vita da single senza filo conduttore se non il lavoro. Non volevo scrivere un libro inizialmente. Quei racconti li ho ancora, ma non li ho mai ripresi, perché riprendere in mano il passato, avendo un futuro che batte alla porta non è cosa semplice.

Adesso ci sono i blog. Adesso puoi parlare con te stesso in modo “partecipato”. Non sei più da solo con il tuo figlio, sei in rete.

Stasera, colpita da un ennesimo flash back, mi sono messa a cercare i miei antenati. Colpita perché quando vivi esperienze emotivamente forti, hai un periodo, piu o meno lungo, di amnesia. Ti dimentichi dei pesi per andare avanti.

Mio nonno da parte materna era l’unico basso e biondo con occhi azzurri in una famiglia di alti e mori.

Mio nonno da parte paterna pare fosse un trovatello.

Da entrambe le parti qualcuno mi ha dato qualcosa. Se è vero che certi geni saltano qualche generazione, allora questo è accaduto a me.

Mio nonno Giuseppe morì in uno strano tamponamento una notte in cui io mi trovavo da mia nonna, a circa sei anni, nel lettone con lei. Credo fosse circa l’una di notte. Mia nonna non dormiva serena, come se sentisse anomalo il ritardo di mio nonno. Il nonno Giuseppe, un ballerino muratore che suonava l’armonica, non rientrava. Squillò il telefono. Lo avevano tamponato ed era morto sul colpo. Io rimasi impietrita. Non ho mai creduto a quella morte. Non poteva essere morto sul colpo per un tamponamento da fermo. L’ho capito anni dopo, quando mi sono schiantata contro un palo della luce e non sono morta sul colpo.

Mio nonno Lazzaro invece, coltivatore di una da Lambrusco e moscato, era, al contrario, un uomo poco artista, ma molto presente. Orari regolari, abitudini, sguardi, battute. È morto di morte naturale quando già vivevo a Roma. Alcune volte mi ha guardata negli occhi, chiesto di avvicinarmi, fissata per guardarmi dentro e detto: “stai facendo la brava a Roma? Con quel che si sente”. Io tutte le volte mi offendevo. Certo! Ma forse mio nonno voleva raccomandarmi di non fare troppo la brava, forse, lui che aveva combattuto la guerra ed era rimasto con mia nonna dopo la paralisi, voleva dirmi che fare la brava significava sapermela cavare. Era molto moderno: ragionava di politica anche a settant’anni senza problemi. Gli bastava guardare due telegiornali al giorno, mentre mia nonna gli serviva il pasto, per avere una chiara idea di tutto e commentare con poche parole tipo: “questo qui non mi convince, prima dice una cosa, poi quell’altra”. Ricordo come si illuminavano i suoi occhi quando lo andavo a trovare con una mia amica, una mia carissima amica “del paese” con cui ho condiviso molto, anche sua nonna. Ebbene: gli occhi di mio nonno settantenne si illuminavano quando la vedeva. Bionda, occhi verdi, pelle chiara. Aveva sposato una mora, mia nonna Maria, ma era evidente che gli piacevano le bionde. Il desiderio in un uomo non muore mai, si trasforma in piacere della vista, ma non muore mai.

Fra i miei due nonni, non so quale mi abbia dato che cosa, esattamente. Certamente un accenno di vagismo alle gambe ed un riflesso biondo nei capelli li ho presi dal nonno materno, mentre la mia sensibilità verso musica e danza dal nonno paterno.

La più grande incognita credo sia nella famiglia di mio padre. Di mio nonno ricordo la serenità che diffondeva in casa quando prendeva in mano l’armonica. Era molto sereno. Aveva una sua musica dentro e mia nonna lo serviva e lo corteggiava sempre. Mia nonna una volta, commossa, mi raccontò che “era il più bello del paese” e se lo era preso lei. Lo diceva con orgoglio. Erano andati a ballare e poi…lui si era preso le sue responsabilità.

Da giovane mia nonna doveva essere molto bella, perché ricordo delle sue camicette di seta taglia quaranta molto strette. Era alta e magra. Una donna di una volta, di poche parole. Una nonna nonna, non una sostituta della madre. Ad una certa ora si mangiava, ad una certa ora si giocava et cetera. Ricordo la sua unica lezione di educazione sentimentale e sessuale: quando le portai un fidanzato – avevo 25 anni – a pranzo per i famosi “tortelli della nonna Giovanna – lei mi prese da una parte e mi disse: “lo sai come si fa a non rimanere incinta”?. Io: “ma certo!” E lei: “bene, allora divertiti”.

Che fenomeno! Ho imparato davvero tanto dai miei nonni ed oggi che sono lontana, li sento vicini, tutti. Come prima nipote sono sempre stata trattata in modo particolare, come se io fossi il risultato di una unione che già tutti sapevano che era difficile. Le famiglie non si erano mai trovate. Mia madre non è mai piaciuta ai genitori di mio padre e mio padre nemmeno, se non per la bellezza. Il risultato ero io. Risultato di un matrimonio fra una donna più grande laureata ed uno studente dell’Università che si era aggrappato alle sue virtù per uscire di casa ancor prima della laurea. Si, perché i miei decisero di sposarsi prima che mio padre si laureasse, senza che mia madre fosse incinta. Una scelta di emancipazione. Il risultato è stata una figlia sempre troppo ingrata. Non sono mai stata grata abbastanza.

Per cosa esattamente?

Oggi sono Amanda, Amanda Nike. Oggi mi sono emancipata anche io, a modo mio. Senza matrimonio e senza figli, invece che scegliere il marito ed aggiungere un cognome, ho scelto il mio nome.

Vorrei conoscere i miei antenati, spero di riconoscerli non tanto col nome, ma col sentimento. Spero di riconoscere da dove arrivano quelle parti di me che mi trascinano via e da cui mi lascio ispirare.

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