Sulle molestie, non solo sessuali

In breve – non mi piace parlare di argomenti sociali, ma il mio background di vita e giuridico stavolta si vuole esprimere – la mia posizione.

Fanno tutti confusione!!!!!! Confusione poco utile!

La molestia, come tutti gli atti compiuti dall’uomo, ha bisogno di essere contestualizzata in un contesto non solo normativo e sociale ma anche contingente, pratico. Quello che i giuristi chiamano la fattispecie astratta e la fattispecie concreta.

Ora: viviamo in società diverse, in contesti culturali diversi, seppur uniformati da un mondo globale e da dichiarazioni universali dei diritti umani et cetera. Per questo motivo serve collocare l’atto percepito e denunciato come molestia in un contesto specifico dal quale emergano due elementi fondamentali:

1) che l’atto sia inequivocabilmente fuori luogo, ovvero fuori dai costumi o regole richieste in quel specifico contesto (per esempio il “sexual harassment”, l’eccitazione e la seduzione sul lavoro);

2) che l’atto sia inequivocabilmente contrastato dalla vittima con i mezzi a disposizione della vittima senza dover aggiungere forza. L’aggiunta di forza rispetto ai mezzi di comunicazione normale comporta molestia in sè. Per fare un esempio se la “vittima” (uomo o donna) è sul lavoro, quindi costretta da mezzi limitati e da paure che le impediscono di esprimere il proprio in modo forte il proprio dissenso, allora si potrebbe persino stilare un elenco di atti da non compiere a prescindere, a tutela delle persone che non saprebbero come reagire, paralizzate dall’ aggresivita fisica e istituzionale del gesto in quanto tale.

In questo senso, per esempio, è ammissibile una prima avance fisica (una mano su un ginocchio magari se la donna indossa una bella gonna con bel ginocchio in vista a fini seduttivi), ma non una seconda. Seppur dopo una cena personale a fini di reciproca seduzione, se la donna manifesta chiaramente di non apprezzare avances e di volersi fermare alla conversazione, diventa molestia insistere dopo il primo diniego. Non può esistere l’auto convincimento dell’uomo che dice “lo so che ti piace” o frasi simili di manipolazione della debolezza emotiva femminile con approfittamento della fase di paralisi emotiva in cui la donna/uomo colta di sprovvista non sa come reagire.

Fatte queste premesse, è fondamentale che la donna reagisca entro un tempo congruo, manifestando chiaramente di sentirsi molestata.

Nelle lettere che ho letto e interviste che ho sentito, ho riscontrato confusione di concetti e scarsa definizione degli elementi che diventano rilevanti per una causa giuridica o sociale.

Galanteria non può essere molestia, perché la galanteria si può rifiutare ed è doveroso farlo quando si intuisce che è il primo gesto verso una escalation di atti che porteranno ad un avvicinamento non voluto. Per esempio io rifiuto galanterie da estranei. Per esempio io fatico persino a salutare le persone col bacio. È stato scientificamente provato, per esempio dagli studi sull’ ergonomia, che raggiungere una distanza inferiore ai 30 cm comporta entrare nella sfera di intimità di una persona. A quella distanza, per esempio, si sentono gli odori intimi delle persone, quindi anche due colleghe troppo vicine entrano in intimità fisica. Sul lavoro la fisicità conta molto.ogni ambiente di lavoro ha le proprie caratteristiche che serve definire chiaramente al fine di stabilire dove inizia una molestia. Le persone più furbe giocano sulla incertezza nella definizione di questo spazio per riuscire a molestare senza mai risultare colpevoli in modo acclamato. Dalla reiterazione di questi atti, per esempio, nascono fenomeni di mobbing.

Si parla troppo e solo di molestia sessuale verso le donne. Le molestie sono anche verso gli uomini e non sono necessariamente sessuali, ma usano il canale sessuale per creare maggiore fastidio o per affermare il proprio potere.

Il temine giuridico diventa quindi: abuso.

Abuso di potere. Spesso viene giocata la carta intimidatoria dell’insubordinazione o, semplicemente, la carta del potere contrattuale: il “datore di lavoro” dà ai propri termini e condizioni, che, se non accettati provocano rigetto o inizio di mobbing in vario modo, fra cui anche molestie.

A tutela di coloro che si sentono ingiustamente accusati di molestia io dico e chiedo: ” onestamente, avete insistito e usato il vostro potere per ottenere quello che sapete che non avreste ottenuto con una richiesta esplicita?” .

Per fare un esempio: una persona di potere è consapevole di esercitare un potere di attrazione per tutte le persone che, ambiziose in modo sano, vedono in quella persona una opportunità di crescita, quindi non si fa scrupoli di usare l’ambizione come debolezza per confermare narcisisticamente il proprio potere chiedendo o imponendo comportamenti che non otterrebbe in modo diverso.

Io, per esempio, ho risolto il problema delle “molestie sessuali” chiedendo una remunerazione specifica: un conto essere remunerata per le abilità intellettuali variamente applicate, un conto avere atteggiamenti di compiacente disponibilità fuori dall’orario di lavoro. Sono tuttavia arrivata a questa conclusione dopo anni di situazioni ambigue. Stanca delle ambiguità, senza mai ricevere le gratificazioni necessarie al mio lavoro d’ intelletto, avendo sempre risolto la questione in modo fisico tagliando la comunicazione per lunghi periodi con il molestatore di turno, sono arrivata alla conclusione di dover essere ancora più esplicita, cioè dando un nome ed una specifica retribuzione al “plus” richiesto, dare un nome alla disponibilità non necessariamente sessuale, là dove viene esercitata una componente psicologica che invade la vita psico-emotiva della persona al punto da farla dimettere o condizionarla in modo significativo.

Ho imparato da un manuale dell’università che per risolvere i problemi, bisogna innanzitutto dare un nome alla situazione problematica, definirla entro un contesto. Il manuale aveva ragione: nello sforzo di esplicitazione consiste l’avanzamento di civiltà, la presa di coscienza per la richiesta di consenso. Esplicitare comporta un passaggio che non tutti sono in grado o vogliono fare a prescindere dal livello di istruzione, perché quando si parla di molestie, si parla di potere di invadere la sfera altrui per trarre soddisfazione per la propria senza consenso.

“Chiamare le cose col proprio nome”.

Il tema delle molestie di questi giorni mi sembra manchi di questa chiarezza nelle definizioni a scapito e tutela delle parti coinvolte.

Provocatoriamente ed anche di fatto, io non mi sconvolgo se mi ritrovo una mano sul sedere in un posto come la metropolitana, ma invece che uscirne traumatizzata, innanzitutto cerco ci capire se stanno tentando di scipparmi, mi volto per cercare il colpevole, mi proteggo e cambio posto se non riesco a individuarlo ed a rispondergli in pubblico. Trovo invece molto fastidioso che sul lavoro un superiore si avvalga del proprio potere di disporre di una persona di staff usando vicinanza fisica di vario tipo.

Ci tengo a citare una recente sentenza della Cassazione a tutela di una dipendente che è andata a letto con un collega che ha millantato una posizione di potere in grado di promuoverla. Non è molestia, in questo caso, ma inganno.

Per quanto riguarda la lunga risposta femminista e il fatto che “la mano nel culo è denunciata quando fatta da uomini popolari ma quando viene da uomini della stessa casta sociale è tollerata” mi sembra un inutile rigurgito femminista classista post-comunista dei peggiori.

Ora chiudo l’articolo. Se qualche punto fosse rimasto oscuro e la mia posizione interessasse a qualcuno lo chiarirò in seguito.

Per le ragioni spiegate io non firmo la lettera di nessuna delle due parti, nè della Deneuve nè delle femministe.

Bisogna distinguere il contesto. La molestia la definisce il contesto in cui avviene. Molto semplice. Una mano sul ginocchio in macchina dopo una cena non è una mano sul ginocchio in ufficio alla tua postazione. Sei logorroico. Bisogna parlare di contesto.

La molestia prevede uso di potere fisico o psicologico a cui la vittima non si può facilmente sottrarre, quindi bisogna definire quello per definire la molestia. Più semplice di quanto non sembri.

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