Feelings Mix il primo giorno del nuovo anno

Oggi mi sento di parlare di cinema e di sentimenti.

Ho acceso la televisione per qualche minuto e mi è capitato di incrociare un rewind su Ugo Tognazzi, attore di “Amici Miei”. Ho ascoltato con interesse fino a un certo punto, poi ho dovuto spegnere. È storia di quando avevo vent’anni. Storia vecchia. Dopo venti minuti non ho più retto l’intervista al figlio che parlava del padre. Ho guardato qualche scena di Ugo che faceva una dichiarazione d’amore alla pasta e si definiva un cuoco prestato alla cucina e che diceva ai fans: “il mio vero pubblico è il mangiatore di spaghetti”. Aiuto!

Avevo iniziato ad ascoltare perché si parlava del rapporto con il padre, un padre, a detta del figlio, “molto fisico” e “perfetto proprio perché non ha mai fatto il padre, instaurando da sempre e da subito un rapporto da adulti con i figli”.

Il rapporto con il padre è un tema poco trattato nel cinema ed è un tema che mi interessava per motivi personali. Anche io ho avuto un padre “molto fisico”, un “padre non padre”. Sono viva. Mio padre è vivo. Non amo e non voglio parlarne per rispetto, visto che scrivo e che magari qualcuno mi legge. Anche io ho avuto un “padre molto fisico”, un “padre non padre”, solo che sono figlia femmina. A parte questa digressione sulla mia vita, tornando a Tognazzi ed al suo personaggio “tragicomico” dell’Italia del dopoguerra, per fortuna che mi stavo dando lo smalto mentre ascoltavo. Darmi lo smalto mi aiuta tantissimo a guardare e ad ascoltare cose pesanti. Quando mi di lo smalto potrebbero dirmi “di tutto”, ma io continuerei a stendere sull’unghia. Capita spesso che mi suoni il campanello o il cellulare, ma io sono entrata in uno stato di alta concentrazione e non mi lascio cogliere alla sprovvista. Il tratto resta fermo e continuo a stendere, mentre ascolto attentamente quello che viene detto. Credo facciano la stessa cosa quelle persone che stanno al telefono col cliente e nel frattempo, magari, giocano con la penna.

Ricordo un mio corteggiatore. Stavamo al telefono per ore e lui faceva schioccare il tappo della penna. Era il segnale che stava bene con me e che era anche un po’ intrigato. Iniziava anche a dondolare sulla poltrona da ufficio. Io sentivo quando cambiava posizione dal telefono. Stava bene. Mi sentiva e si rilassava. Voleva persino sentire il rumore dei miei tacchi in ufficio. Aveva imparato a conoscere i miei orari e mi chiamava quando il mio capo di allora andava a giocare a golf in pausa pranzo per sentirmi camminare sul parquet, e mentre la mia collega si chiudeva nell’altra stanza a parlare con quello che poi sarebbe diventato padre della sua terza figlia. Avevamo diviso le stanze dell’ufficio perfettamente durante la pausa golf. Ricordo ancora con affetto e nostalgia la mia collega, donna di straordinaria bellezza, peraltro: 175 di donna abruzzese con fisico da indossatrice e sorriso materno.

Quell’amante virtuale non l’ho mai incontrato. Era sposato e mi aveva conosciuta su una chat in cerca di qualcuno con cui parlare, diverso da sua moglie. A proposito, è corretto definire amante uno che non si incontra mai? Donne, vi sentireste tradite da un rapporto virtuale con una sconosciuta che non conosce nulla di reale del vostro uomo, ma che, comunque, lo conosce e trascorre con lui molte ore, seppur al telefono?

Eravamo distanti più di 500 km. Io lo ascoltavo perché anche io ero sola e mi faceva tantissima compagnia. Lavorava a Lugano, a suo dire. Mi chiamava proprio come farebbe un fidanzato. Mi seguiva col pensiero e mi chiedeva qualunque cosa. Al mattino mi chiedeva come mi vestivo per andare in ufficio. Si chiamava Daniele, ufficialmente, ma non era il vero nome. Sono stata con lui per molto mesi, virtualmente. Poi la vita mi ha chiamata. Ho iniziato ad avere bisogno di contatto e di uomini reali, quindi l’ho lasciato.

Il servizio lo hanno passato sulla Rai, canale nazionale, Rai3. Non so quanto faccia bene fare questi servizi sul passato il primo giorno del nuovo anno fra le 12 e le 13 prima di pranzo. “Mamma Rai”, cosa volevi fare con quel salto nel passato il primo giorno dell’anno? Perché poi “Mamma Rai”? Dovrei fare ricerca e scoprire come è nata la definizione.

Rai a parte, guardo poco la televisione, pochissimo ed ascolto molto la radio, in compenso amo il cinema. Essendo molto sensibile alle immagini, non resisto facilmente al bombardamento di immagini a ciclo continuo ed amo ascoltare i contenuti. Devo guardare solo qualcosa ogni tanto. Sarà che noto i particolari, sarà che la vista è un senso che ho sviluppato, la guardo poco. Mi piace ascoltare le voci degli speaker che mi fanno compagnia senza distogliere l’attenzione da quello che sto facendo. Sono fatta così. Ascolto la radio da quando ero adolescente e mi chiudevo in camera col diario o con il blocco di fogli. Quando non stavo in camera stavo per strada o al campo sportivo.

Tornando al cinema, in questo periodo ho visto film molto diversi fra loro e non vedo l’ora di vederne altri. “La fratellanza”, “Atomica Bionda”, “Star Wars”, “Assassinio sull’Orient Express”, “Napoli Velata”. Che dire? Sono un’amante del cinema americano che ha la capacità di far recitare anche attori sconosciuti, nonostante non sempre il risultato sia ottimale, naturalmente, perché, a prescindere dagli attori, ha sempre una bella scenografia e riesce a dare importanza alla storia o a “lasciare un messaggio”, a lanciare un tema per la riflessione. Anche quando fa commedia, penso per esempio a “Harry ti presento Sally” o “Mrs.Doubtfire”, tratta temi profondi e rende “ricordabili” gli attori. Anche Ozpetek sceglie bene gli attori. Il suo film è l’ultimo che ho visto e sono rimasta colpita proprio dalla scelta degli attori e dal loro abbinamento insolito nel rispetto della descrizione di una situazione tutta italiana per raccontare una storia apparentemente di sesso, che solo alla fine si scopre essere una indagine psicologica. Buona scenografia su Napoli, indugiando forse un po’ in alcuni aspetti folkloristici, ma di cui gli stessi napoletani continuano ad andare orgogliosi, quindi, nulla di “vecchio” in questo senso. Il film si apre con una scena di lutto, una di quelle stile “sceneggiata” in cui ci sono bellissimi ragazzi pagati per recitare il rosario intorno al morto. Un luogo pubblico, il funerale, non intimo, in cui gli sguardi di un giovane e una donna matura si incontrano e si danno appuntamento per la sera. Il film inizia con una scena di sesso che, vista da me, fa tenerezza. Una quarantenne, medico legale, in carne, sedotta da un giovane audace. Si mangiano in modo tenero. Non so che impatto possa avere su altri. Io ho trovato molto tenere le scene del film, nonostante non manchino inquadrature esplicite su seno e basso ventre. La telecamera accarezza i corpi con la luce ben descrivendo la tenerezza di questo incontro. Più forte il bacio con lingua ossessivo e geloso di lui che chiede “obbedienza” a lei. Il regista ha scelto corpi morbidi per questo film, puntando sul “corpo non corpo”, su un concetto di sessualità che passa dalla corporeità senza esserne “tecnicamente” condizionato. Mi hanno colpita tutti i bei ragazzi mediterranei scelti per incorniciare i volti delle attrici femminili bionde o coi capelli bianchi, salvo Isabella Ferrari. Un gioco di colori in cui “gli scuri” fanno da cornice ai “chiari” che invece recitano i ruoli principali. I due protagonisti, infatti, sono chiari di occhi, capelli e pelle: Alessandro Borghi e Giovanna Mezzogiorno non rappresentano di certo la “napoletanità”. La zia, altro attore cardine del film, porta un fantastico capello bianco poco sotto l’orecchio. Da contrasto, il poliziotto scelto per incarnare la quotidianità, è un uomo mediterraneo con barba incolta, occhi e capelli scuri non curati, un figlio e, come tanti uomini-padre rimasti soli, è attratto dalle virtù adatte al ruolo di potenziale madre per il figlio. A lui non importa più di tanto dell’aspetto di lei, ne vede la professionalità, il carattere e lo stato sociale, il fatto che “è libera, non coniugata”. Classico “tranello”: al mare incontro della dottoressa col figlio, che le chiede di sbucciare una mela per lui. La protagonista, perdendo il rapporto d’amore col giovane biondo, finirà per accompagnarsi col collega, che la aspetta. Sul finale, un flash back sul passato dell’infanzia che permette di comprendere la “freddezza” emotiva di questo medico legale che non si sposa mai. Scena finale che riprende quella iniziale, completandola.

Insomma, un film che, per come viene proposto, sembra essere sul sesso, ma che di sessuale, in fondo, ha qualche scena solamente, morbide nel complesso.

Ho, per esempio, trovato sessualmente forte la sodomizzazione avvenuta in “La fratellanza”. Non si è visto nulla, ma il colpo della violenza è uscito dallo schermo attraverso lo sguardo del compagno di camerata che non ha potuto fare nulla.

Trattare il sesso al cinema è difficile.

Auguri a tutti i registi che provano a trattare il tema. Bella sfida e grande responsabilità! Non si parla mai per davvero solo di sesso, ma di relazioni…auguri a registi e musicisti che ci emozionano col faticoso prodotto della loro arte! Ci portano a ricordare, sperare, immedesimare, rilassare, pensare.

Auguri agli artisti!

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