Potere di scelta, potere di vita

ATW_BackCoverPiumaUNIFORMI, TATUAGGI E NOMI D’ARTE

Torno su questo tema a me caro. Da artista, come molti, ho un secondo nome. A ben vedere, sono in tanti, non artisti, ad avere secondi nomi. Avere un secondo nome comporta avere una personalità diversa dal reale? Io vi chiedo: forse voi non siete voi stessi  se vi siete fatti rifare il naso o il seno “per stare meglio nei vostri stessi panni”?.

Quando lavoravo in ufficio sentivo spesso dire dalle colleghe “a casa sono io, è la mia vita, che ti frega, la vera vita è fuori dall’ufficio”. Per mia fortuna mi piaceva il lavoro che facevo ed anche i momenti di maggiore stanchezza mi pesavano, ma non mi alienavano. Ma le mie colleghe? Ma se è vero che “il lavoro è solo lavoro e la vera vita è un’altra” allora molti adottano delle “maschere” delle “identità” di sopravvivenza?

Ogni ambiente ha un proprio dress code, alcuni ambienti necessitano di vere e proprie uniformi per motivi sanitari, sociali o aziendali. Non credo ci sia bisogno di elencare i  mestieri: dall’infermiere, cameriere, cuoco, all’hostess, al giudice in tribunale, il businessman in riunione. Troppo banale citare militari, forze di sicurezza. In tutti questi casi queste persone cosa fanno, cambiano identità per obbedire a regole di lavoro, ordini e poi vivono loro “vera identità” nella vita privata oppure, forse, se fanno il mestiere che fanno è perché la loro identità sta bene dentro quei costumi? Si, perché una uniforme non è solo il simbolo di una istituzione ma è anche un costume. Ce lo dimostra il carnevale in cui ognuno si veste, o meglio, si traveste da qualcun’altro per vari motivi. Io ero motociclista e da motociclista avevo un nome “Chez”. Ora che non vado più in moto e che non riesco a vendere l’abbigliamento (sembra che nessuno lo voglia), ho deciso di tenerlo per ricordo e di vestirmi da motociclista, rivestendo i panni (reali) di quella che ero, così come altri si vestono da infermiere, militare o mignotta. Non tutti si vestono da supereroi.

Premesso questo, rispondete sinceramente: chi siete? Avete davvero più identità una fuori dall’ufficio ed una nella vita privata? Se si, perché non date un nome alle due identità? Ho iniziato a scrivere l’articolo per solidarietà verso un “amico performer” che ha dichiarato che avrebbe fatto uno spettacolo non con il nome artistico ma con quello anagrafico con grande sforzo perché quello artistico non sarebbe servito da “scudo”. Mi è dispiaciuto sentirlo parlare così. Sarà che io ho sempre avuto altri nomi, soprannomi dati dagli altri o capitati per coincidenze semantiche nelle dimensioni intersezione di social life e real life, il nome d’arte che ho scelto è mio e non è uno scudo. Mi piace e mi ci sento bene. Se dovessi fare l’elenco dei nomi che ho avuto ne conterei, dai tempi delle scuole medie, dieci. Non sto scherzando. Anzi, dieci più i nomi che ho scelto io per le chat e che sono diventati nomi reali per la durata delle chat. Io non credo che Madonna (Luisa Veronica Ciccone) abbia problemi di identità e credo che nessuno la metta in discussione, perché dovremmo essere messi in discussione in Italia?

Oggi sono andata a farmi ribattere il tatuaggio che ho sulla scapola da “Spillo”. Lo conoscono tutti come tale, invece si chiama Marco. La lotta che fanno i trans per vedere riconosciuto il cambiamento di sesso è assolutamente comprensibile. Chiedono, in fondo, che venga loro riconosciuto di essere come realmente si sentono e diventano (tramite operazioni). Accade tutti i giorni che rivestiamo dei ruoli. Lo spiega l’analisi transazionale di Erich Berne. Qualcuno di questi ruoli può anche diventare simpatico oppure una identità in cui ci troviamo a nostro agio, forse perché non è solo un ruolo, ma perché è proprio il modo in cui il nostro “io profondo” si sente più a proprio agio. Tornando ai nomi: esiste un problema identitario se non a livello amministrativo?

Il nome anagrafico ci viene dato come il battesimo, anzi, con maggiore forza, caricato del peso delle aspettative dei genitori o della storia di un nonno. Nel corso della vita noi, poi, decideremo quanto di quel nome, di quelle aspettative, di quella storia vogliamo continui a fare parte di noi, della nostra quotidianità oppure no. Quanto invece vogliamo ne faccia parte un altro nome, un simbolo, un logo, un marchio. Si vede chiaramente nei marchi aziendali. Alcuni inventano nomi di fantasia collegati al prodotto o al servizio, altri scelgono nomi collegati al proprio nome anagrafico a prescindere dal prodotto o dal servizio, altri ancora lo legano per associazione mentale a concetti e ricordi.

Il primo tatuaggio l’ho fatto sette anni fa ed oggi l’ho fatto rivitalizzare. Una incisione a tempo indeterminato. Una ferita? Una cicatrice? Un simbolo, una scelta, una sofferenza voluta. Dove c’è scelta c’è vita. Poco importa se a motivare il tatuaggio sia un dolore, una gioia, un sogno, una ispirazione: si tratta sempre di un atto di volontà consapevole con sublimazione artistica, quindi, fortemente voluto, non impulsivo, meditato, un atto che denota consapevolezza e forza, la forza di segnare un corpo, il proprio corpo cambiandone l’aspetto. La stessa forza interiore che si trova dietro ad altre scelte definitive ed irreversibili che mutano il nostro aspetto esteriore influenzando il nostro rapporto con gli altri. Una scelta artistica, anche quando esprime il ricordo di un evento spiacevole. Una scelta, non una cicatrice imposta dalla natura per rimarginare una ferita.

Tornando, quindi, e volendo chiudere il tema dei ruoli e del riconoscimento identitario, voglio citar Nikita di Luc Besson, quale simbolo di una persona che si è trovata a vivere una nuova vita, dopo una vita precedente. Voglio citare chiunque perda la memoria per malattia o per trauma o chiunque, semplicemente, inizi una nuova vita con un nuovo partner, sentendosi una persona nuova, diversa, stupendosi di come prima di quel momento abbia fatto a vivere e sopravvivere senza essere come si sente nel presente.

Annunci

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.