Anagrafe e Web: vince Pirandello 

“Il fu Mattia Pascal.”

Il nostro nome: quale? Quello anagrafico, quello che ci sentiamo noi, quello con cui ci chiamano gli altri?

Ho già scritto un breve articolo sull’importanza del nome proprio, sia delle persone che degli animali o dei luoghi, altresì di qualunque “ente” (esistente) che abbia una personalità contraddistinta e riconoscibile tramite un nome proprio.

Torno su questo tema ispirandomi ai fatti di cronaca.

Recentemente se ne è andato Paolo Villaggio, all’anagrafe Paolo Genovese. Io ho scoperto solo alla fine che il suo “vero” nome, quello registrato all’anagrafe e con cui ha pagato le tasse e le multe, fosse Genovese. Nel caso degli attori e degli artisti ci sembra “normale” che si abbiano nomi d’arte. Tuttavia, mi è venuto alla mente Beppe Grillo, una cara amica mi ha ricordato che Marco Pannella in realtà era Giacinto Pannella.

Sono risalita a Carlo Collodi, autore di Pinocchio, che di cognome, anagraficamente, faceva Lorenzini.

Anche senza studiare o leggere i giornali, quanti di voi hanno avuto fin da piccoli un soprannome che è diventato distintivo della personalità? Non si tratta di un marchio di fantasia, si tratta proprio di un nome con cui i vostri amici del paese, di scuola o del quartiere, i parenti vi hanno chiamato per anni.

Sono certa che quasi tutti hanno o hanno avuto un secondo nome o più di uno.

Il problema oggi non è tanto il nome in sè, ma l’identità che creiamo con i social network. Oggi siamo personaggi. Inizia tutto a scuola: da un lato l’istituzione che si rivolge a te col tuo nome e cognome anagrafico, dall’altro i compagni che oltre a chiamarti con un nome di fantasia a te gradito, magari ti deridono o offendono usando aggettivi e caratteristiche in modo offensivo. Penso in particolare alle discriminazioni di sesso “finocchio, frocio” e via discorrendo.

Così ci abituiamo presto che nella realtà fisica siamo un corpo e una mente, ma nella realtà psico-fisica e relazionale siamo “uno, nessuno e centomila”.

Da qui a desiderare cambiare sesso o a travestirsi, il passo è abbastanza breve.

Oggi la scienza, la tecnologia ed i diritti per cui i nostri genitori hanno lottato tanto ci permettono di scegliere chi vogliamo diventare.

Oggi più che mai, quindi, non è rimandabile il punto di vista etico.

“Vivi e lascia vivere” è sempre un sacrosanto principio che meriterebbe di diventare forse l’undicesima comandamento dopo “ama il prossimo tuo come te stesso” (dipende dal prossimo), ma non basta. Quando c’è da decidere dove investire i soldi della ricerca e della sanità per esempio questo principi generalisti non bastano più. Qualcuno deve decidere qualcosa.

Decidere è più facile per gli altri che per se stessi. Il cambiamento porta anche dolore, non solo gioia, anzi, per meglio dire, si passa dal dolore per arrivare a raggiungere uno stato di appagamento. Fatica, non solo piacere.

Trasformarsi da uomo in donna è un cammino lungo fatto di terapie ormonali e operazioni.

Ricordo un film estremo che mi ha molto colpita, “La mosca”, in cui un attore si trasforma in una mosca per un esperimento mal riuscito di genetica. Un film eccezionale anche nella regia.

Una trasformazione molto dolorosa nel corpo e nella mente di questo scienziato, che mette in pericolo anche la relazione con la compagna. Alla fine diventa una questione di vita e di morte.

Fin dalla mitologia greca le trasformazioni da uomo in animale segnano il passaggio da un momento della vita ad uno totalmente diverso per espiazione, punizione, redenzione.

Un principio di filosofia orientale dice che la vita vince sempre, perché è un flusso, quindi noi passiamo solo da uno stato fisico ad un altro.

Da un punto di vista pratico, noi viviamo nel momento presente in un dato corpo che è il risultato del nostro passato e la premessa con cui affrontiamo il futuro.

Tutto bene, dunque, finché si rimane nella sfera privata: ognuno nel suo letto o a casa sua fa quello che vuole. Le discussioni si accendono sempre quando si parla per esempio di rappresentanza. Vi sentite rappresentati da chi va orgoglioso delle rughe o da chi ha addirittura il coraggio di cambiare sesso. Dove sta la vera forza? Accettare il tempo come se la tecnologia non esistesse oppure si teme che chi ricorre alla tecnologia lo faccia perché non vuole accettare se stesso in quanto debole invece che forte? C’è più forza nel non cambiare o nel cambiare? Nell’accettare qualunque malattia o nel combattere con tutti i mezzi disponibili?

Fin dai tempi dell’università io sono favorevole a tentarle tutte, quasi tutte. La vita la viviamo noi. “Il corpo è mio e lo gestisco io” non vale solo per l’emancipazione femminile, ma per tutto. Ogni persona decide quali rischi vuole correre nella vita e come vuole farlo questo percorso. Liberi di indossare lo stesso paio di jeans e la stessa camicia per quarant’anni. Liberi di cambiare abito tutti i giorni. Liberi di intervenire con la chirurgia estetica o di fare del proprio naso un elemento distintivo del proprio personaggio.

Io ho sempre avuto la fortuna di essere proporzionata e di piacermi, ma ho vissuto male i periodi in cui sono stata fuori forma e dovevo ricorrere a quel tipo di abbigliamento che “nasconde i difetti” ed esalta i pregi. Amo spogliarmi e vivo benissimo la mia nudità quando mi sento nella giusta forma, la mia.

A chi mi ispiro? A nessuno della famiglia. Da noi ognuno ha la propria forma ed il proprio look. Nessun plagio. Mi ispiro a quelle forme che sento emergere quando mi muovo. Le forme le sento dentro. Per esempio, quando ero un po’ in sovrappeso, vivevo male quei cuscinetti morti sui lombari che appesantivano la falcata in corsa.

Ammiro sia quelle persone che vivono bene in coppia mano nella mano col loro sovrappeso che quelli che pur di sentirsi al top fino alla fine si fanno un massaggio o un ritocchino.

Fra i due estremi, scelgo un’alimentazione quanto più naturale possibile, fascio attività fisica e prevengo il più possibile, ma mi avvicino ai secondi.

Ho un tatuaggio e ne farò un altro. Ho voluto segnare il mio corpo tredici anni fa e lo voglio segnare anche oggi. Voglio guardarlo e ricordarmi che è trascorso un periodo in un certo modo, piuttosto che in un altro.

Ho un piercing da quando avevo vent’anni ma nemmeno me ne accorgo: fa parte di me.

So cosa vuole dire accogliere un corpo estraneo e farlo o non farlo proprio. I miei occhi hanno sempre rigettato le lenti a contatto.

Se vale per chi ha una frattura e deve accogliere placche e bulloni, perché non deve valere per chi vuole sentirsi più giovane? Che male c’è a voler prolungare le forme e le linee della giovinezza? Dovremmo forse tutti lasciare che il tempo di ricopra le teste di capelli bianchi? Anche le persone naturiste più radicali ed ortodosse, se non possono fare del capello un elemento di appeal, ricorrono alle tinte. Tinte, trucco.

Fin dai tempi della tesi di laurea sono stata favorevole alla ricerca biotecnologica. Non a tutte le applicazioni, ma favorevole alla ricerca ed al concetto di bio-tecno-logia. Volutamente non apro la parentesi delle tecnologie applicate alla scienza della riproduzione, per cui chi non può avere figli, invece che adottarne, tenta tutte le strade pur di averne di geneticamente propri, noncurante del necessario atto di meccanica sessuale richiesto solitamente dalla natura.

Volendo tornare al nome, a Pirandello ed all’ufficio anagrafe, vince Pirandello e vince il diritto di essere quanto più possibile come vogliamo. Sta a ognuno di noi il compito di indagare in profondità e capire perché vogliamo o non vogliamo essere in un certo modo.

Ognuno fa i conti con i suoi perché. Basta che ce ne ricordiamo quando ci troviamo tutti insieme e discutiamo sulle decisioni da prendere.

Annunci

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.