“C’ho i miei tempi”

Risate e riflessioni nel cuore di Roma, Trastevere, sabato 18 marzo 2017

Sono passati già tre giorni da una serata di cabaret a Trastevere ed ancora sento i benefici di quella ora e mezza di sane risate.
Marco Passiglia, comico ormai affermato nel panorama romano, uscente dal laboratorio teatrale del Makkekomico a Testaccio, si esibisce da solo ormai da un paio d’anni gestendo un’ora e mezza di spettacolo senza pausa, stavolta a “Il Puff” di Lando Fiorini.

Un’ironia “attualizzata” ed up to date, attenta ai tempi ed ai contesti, che non esagera mai e non stanca. Marco Passiglia è come un funambolo che cammina con abilità su un filo teso dal quale è molto facile cadere. Da un lato ci sono le battute scontate e personalistiche, dall’altro le battute polemiche socio-politiche.

Marco, una quarantina d’anni e un figlio di tre, ha imparato a dosare tutto, come una brava donna in cucina: “q.b.” quanto basta.
Inizia con una riflessione sul ruolo del comico e termina con una canzone. Bravissimo.
Ouverture e chiusura sono fondamentali nel cabaret, per mandare a casa il pubblico soddisfatto. In un teatro classico con sipario in velluto, poltroncine rosse e luci tonde bianche e rosse, come prima cosa, si mette a nudo e ci spiega se stesso
“Il comico si reinventa la realtà perché come la vede non gli piace.” Ecco il grande lavoro del comico. Il comico ci mette la faccia e l’impegno, tutti i giorni e sul palco. Il comico ci spiega, con l’ironia, cosa va o non va nel mondo.

Coerentemente, Marco tocca tutte le tematiche attuali. Apre con un paragone ardito fra le tavole dei comandamenti e le tavole da snowboard, per continuare con battute sulle donne – come i cioccolatini di una scatola – sul sesso, l’evoluzione della specie umana, la famiglia, la società moderna e la tecnologia.

Un paio di minuti per tematica, non più di due battute per argomento. Sapientemente, spezza il ritmo ed interagisce col pubblico: “quanti di voi sono sposati”?

Parla poi del rapporto con la tecnologia ed il lusso e, come quasi tutti i comici, esprime un punto di vista nostalgico dei rapporti umani “tradizionali” da contatto.

Parla della morte, della famiglia e dei rapporti uomo-donna. Parla di suo figlio e del ruolo di padre, poi della sessualità e della felicità,  – tema molto impegnativo – di bellezza e di alimentazione, dell’omosessualità. Si mette poi in gioco come padre:
“Ad un figlio bisogna insegnare che si può essere felici. Lo dobbiamo a qualcuno di essere felici. Questa vita è un dono e dobbiamo essere felici.
Parla del rapporto fra passato, presente e futuro: “È pure stupido avere paura di qualcosa che non sarà mai come immaginiamo oggi.”

“Il figlio non ti dice chi sei, ma ti ricorda chi eri.”

In chiusura, intona, con voce piena, nitida e melodica, accompagnandosi con le corde di una chitarra classica: “Sono un buffone e non vuol dire che sono un coglione.” “Ciò che conta è a mio dire che vi abbia fatto divertire

Ringraziamenti finali a Francesco Fiorini e Roberto Mincuzzi.

Ho fatto una sola domanda a Marco, a sipario calato; gli ho chiesto quanto tempo ha impiegato per preparare lo spettacolo.
“Quattro mesi”.

Grazie, Marco, per il tuo tempo. I tuoi mesi per farci stare bene una serata, per darci delle battute da ricordare nei giorni a venire, per farci riflettere, per farci fare una pausa, per farci assaporare meglio questa vita che viviamo un po’ di corsa.

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