Perchè Sanremo è Sanremo

IL VINCITORE E’ IL FESTIVAL (canzoni e video su raiplay)

Con circa dodici milioni di ascolti, ha vinto il Festival. Quando si parla di Sanremo, si possono diversi tagli agli articoli: si possono considerare gli aspetti musicali, di costume e scenografia, culturali in senso lato, organizzativi.

Per capire Sanremo, bisogna sempre considerare che si tratta del più importante festival di musica italiana, perciò, quando si rileva che ci sono pochi ospiti internazionali, bisogna forse fare le stesse riflessioni che si fanno per Miss Italia: è un momento dedicato all’Italia. Condotto dalla coppia moro-bionda Carlo Conti e Maria De Filippi, grande conoscitrice dei gusti del grande pubblico, la formula è stata gradevole.

Forse è meglio cercare l’internazionalità nelle note, nel look, nelle melodie, nei temi. Ricky Martin ha aperto in prima serata con le calde note latine. Dopo Keanu Reeves e Robbie Williams, personaggi internazionali, Sergio Sylvestre, e Tina Kunakey. Grandioso Sergio Sylvestre che ci ha regalato in italiano le estensioni vocali di un Barry White. “Con te“, canzone molto intima, molto profonda sulla debolezza dell’animo alla fine di un rapporto, testo di Giorgia. Uno di quegli artisti che con la voce ti porta all’orizzonte ed al domani, ben oltre i confini di qualsiasi ristrettezza del presente, come quasi tutti gli americani che, nati in terre vaste, sono abituati a guardare lontano ed a respirare di respiri ampi, a pieni polmoni, a prendere aerei come taxi e a fare traslochi come shopping in centro. Non sono state coinvolte personalità del jazz – meno popolari –  come Anna Molinari e Sergio Cammariere, ma la formula è  stata di successo.

La scenografia per televisione, purtroppo, non rende; immagino che all’Ariston sia d’impatto. Luci costanti e tanta fotografia in movimento sullo sfondo. Gli abiti sono tutti curati e distintivi di stili specifici: nulla è stato lasciato al caso. Ogni cantante, ogni ospite ed invitato, è un personaggio e comunica messaggi di vita attraverso l’abbigliamento scelto. Abbinati a numeri, alternandosi per genere e per testo, si percepisce un’architettura dell’evento di tipo neoclassico. Alternanze rotondeggianti senza asperità e contrasti. Per esempio, in seconda serata il biondo – Francesco Totti- ed il moro – Keanu Reeves. Ogni intervento mai troppo lungo, ma i troppo corto. Nessuna frase spiacevole, maldestra o fuori luogo, nessuna esagerazione nel pathos, nemmeno quando si ringraziano gli operatori della sicurezza, nessun esagerato appello al sentimento popolare, nessuna caduta di stile. Un evento armonioso, equilibrato e composto, delicato e di compagnia, grazie anche ai conduttori, una combinazione di maschile e femminile che ha funzionato. Invitati internazionali in prima serata, giovani e big in seconda, cover in terza e finale in quarta. La serata cover è stata un’ottima occasione per ripercorrere alcuni grandi successi della musica italiana, da “Immensità” ad “Amara terra mia”.

Scelte ponderate ed accurate, bel gioco di alternanze e corrispondenze, ottimo timing, forse solo un pò tardi finire all’una di notte…entro mezzanotte e mezza sarebbe stato ideale. Ouverture con Maurizio Crozza e quasi chiusura con Carlo Cracco. I sedici big – tutti bravi -, in successione, scelti fra i rappresentati della società contemporanea, trasversalmente e transgenerazionalmente, tutti affermati, tutti rappresentanti di vaste parti della società in tutto lo stivale. Non sono ci sono stati grandi esclusi. Ogni artista supportato da un mentore, un coach, a sua volta personaggio forte nella cultura contemporanea.

Toccante la testimonianza di Zucchero, artista di standing internazionale, che, prima di trasportare sulle note di piano blues il suo inno alla libertà con “Black Cat”, ha raccontato di come abbia spesso prodotto in momenti di depressione, ascoltando Puccini, leggendo Bulgakov “Lo leggevo perchè era più depresso di me” e ricordando Luciano (Pavarotti). Lo ricorda, come soggetto internazionale, che quando tornava a casa andava dai suoi amici a mangiare e bere. Forse era internazionale proprio perchè aveva radici molto profonde.

Il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, intervistato alla fine, indossa un maglione morbido bianco ed Emanuele Fasano chiude con delicatissime giovani dita una spirale crescente ed avvolgente di note da pianoforte: “Non so come mai”.

Complimenti a tutti quei professionisti – immagino anche esperti di comunicazione e di sociologia –  che quest’anno hanno fatto di Sanremo uno show equilibrato e ben studiato, difficilmente criticabile e decisamente una piacevole compagnia per chi resta a casa invece che uscire, un buon ritrovo di amici, che hanno motivazioni per discutere su chi votare e perchè.

Per la finale, ai primi tre posti la giuria non ha scelto solo tre canzoni, ha fatto una scelta strategica sociologicamente parlando: ha scelto tre generi diversi.

Al primo posto al “Perchè sia benedetta” Fiorella Mannoia, cantante storica, solida, coerente, senza distonie, armoniosa e impegnata, rappresentante in qualche modo soul della musica italiana, stasera con un abito rosso Gilda. Al secondo posto un rock impegnato – contro la violenza, ma non drammatico – di Ermal Meta “Vietato Morire” ed al terzo il classico tormentone da ballo di gruppo e mani in alto “Occindentali’s Karma”.

Condivido la scelta dei premi al testo e alla critica, meno il vincitore. Sono forse una delle poche che non apprezza granchè nè il testo nè l’arrangiamento nè il cantante. Una canzone, a mio avviso, facile. Parole ed espressione comunemente usate e prese dal web, unite in un ballo di gruppo da mani alzate, di quelli destinati a diventare tormentone. Una canzone leggera, di derisione, sola critica, non propositiva, che chiude con Namastè. Chissà se il cantante ne conosce il significato.

“Vietato morire”. Un bel pezzo di rock. Con “Occidentali’s Karma” ha vinto, come stile, l’Italia della commedia italiana. Sento affinità fra i film di Zalone e Papaleo e questo giovane cantante. Che sorridere…finisce con “namastè alè…ohm” …proprio un polpettone di canzone – dico io-, “come la nostra società” direbbe, forse, Francesco Gabbani. Interessante discussione stamattina con i miei amici sul vincitore.

Chi lo difende, il mio carissimo Stefano di Garbo, motiva così: “Primo posto: la freschezza non superficiale. Secondo posto: la storia della musica italiana. Terzo posto: il nuovo che avanza. A partire da quello stupendo apostrofo nel titolo. Alla faccia del latinorum e dell’esotismo anglicista imperante e gratuito, per cui oggi non esistono più malintesi e posti ma solo misunderstanding e location. Viva la capacità di semplificare, sdrammatizzare e comunque impegnarsi”. Chi è d’accordo con me, come il sempre tagliente Simone Beccaria, commenta con un sedicente: “Sbaglio o al festival della canzone italiana ha vinto un genitivo sassone?”. Mi viene proprio da ridere! Pienamente d’accordo. Capisco le motivazioni dei miei amici a favore della leggerezza, ma considero questa canzone niente di più che un collage di espressioni di uso comune prese dal web (salvo criticare nel testo proprio il web e gli internettologi), messe insieme come le immagini delle pubblicità di una rivista, senza coniare nulla di nuovo, nessuna nuova immagine di sintesi, nessuna nuova espressione. Solo critica. Leggera e ascoltabile, da ballare in spieggia col pareo e un mojito a mani alzate, alla faccia di qualsiasi riflessione. Momento di relax “Occidentali’s karma” per aperitivi easy, “Sole, cuore, amore,…dammi tre parole”. La balleremo per tutto il 2017.

A parte l’armoniosa, coerente e consolidata Mannoia, che meriterebbe di diventare madrina o senatrice a vita del Festival, e la sempre energica Paola Turci “Fatti bella per te”, si è distinta la grinta di Bianca Atzei   con “Non esisti solo tu” ed Elodie, “Solo colpa mia”, sia canzone che stile. Capello corto, rosa platino, occhi neri, abito bianco, con camicia nera, nude look senza gioielli, voce pulita ed intensa, presenza di carattere sulla scena, originalità senza invadenti eccentricità, ha invertito i colori si è vestita di luce, usando i colori scuri come contorni a penna e cornice. Oserei dire un Armani reversed.

Tutta musica leggera, che parla di sentimenti, con qualche sonorità rock e soul e due pezzi di attualità: mi dispiace constatare che non ci siano stati rappresentanti di musica dance, jazz, blues. Il rap è stato per fortuna rappresentato. Sì, manca la musica dance. In Italia non creiamo musica house, dance e club. Ricordo solo Alexia e qualche sonorità di Anna Oxa. Il jazz ed il blues sono sempre grandi esclusi dal festival. Roberto Ciotti, quando era in vita, è mai stato invitato al Festival? Rossana Casale? Simona Molinari? Sergio Cammariere? .

Vietato morire” merita di essere tradotta in inglese ed essere rielaborate in varie forme e solcare i mari. Il cantante, un rockettaro puro, sobrio, spesso che ha tutte le carte per fare sttada e rimanere un evergreen come tutti i grandi del rock.

Complimenti ai tecnici di Raiplay, da cui si è potuto seguire in tempo reale e da cui tutt’ora si può riprendere le parti interessanti del Festival.

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