L’arte nel viaggio verso noi stessi

EPIFANIA, PRIVATE CAT COMING OUT

Il 5 gennaio scorso ho festeggiato “La Befana” al Geronimo’s, locale rockettaro biker storico sull’Appia, famoso per ospitare ottimi gruppi di cover rock. Quella sera, la piacevole coincidenza di ascoltare un tributo a Tina Turner, artista che ho sempre amato sia musicalmente, per la forza e l’energia di testi e canzoni, che per la forte presenza scenica sul  palco e l’intensità della vita personale. Loredana Maiuri ha cantato tutti i principali pezzi di Tina, Anna Mae Bullock, in un crescendo biografico e musicale rispettoso della discografia dell’artista, omaggiandola anche nel look: in onore alla presenza felina e potente della tigre del palcoscenico ha iniziato con una chioma riccia – come fronde di albero mosse da soffi di vento – con gestualità sicura, portamento di chi possiede il palco, cambio d’abito sul pezzo centrale della carriera della cantante “The Best”, cantando ogni pezzo con graffiatura in estensione, quella che mi piace chiamare “extendend scratch voice“. Sì, graffiante in estensione. La voce di Tina graffia mentre si estende.

Il Geronimo’s offre oggi non solo il tipico menu da Irish pub. Accompagnando dunque l’ispirazione con un dolce filetto al mirto e bacche di ginepro, sulle note prima di “What’s love got to do with it”, poi di “Private Dancer”, ho avuto una ispirazione. In  occasione dell’Epifania, per festeggiare “la Befana”, mi ero, per coincidenza, vestita da gatto, come tante altre volte nella mia vita. Tutte le coincidenze, come tutti gli ingredienti di una ricetta in attesa di essere abbinati, hanno dato vita al “Private Cat”, quella personalità che è finalmente emersa dalle profondità antropologiche della coscienza; una personalità sportiva, spiritosa, notturna, femminile, silenziosa, sempre pronta ad accettare nuove sfide, senza paura, senza pregiudizi, irriverente delle regole rigide, ma ribelle con tatto, garbo ed eleganza.

Qualche scatto amatoriale nel locale con tavoli di legno e marchi di birre ed energy drink, rielaborato con qualche programma di grafica, invio agli amici e “via” con le reazioni più disparate.

Sono sempre stata io. Per l’ennesima volta, non ho fatto nulla che io non abbia già fatto in passato, che non faccia parte di me, che non abbia una storia. Nulla di incoerente. Ricordo quando al primo anno del liceo, la professoressa di inglese, Miriam Berry – persona eccentrica alta come un’indossatrice, con chioma riccia a fare da cappello, pelle chiara ed occhio esorbitante azzurro – organizzò una lezione di teatro con un attore inglese. Gli studenti di tre sezioni – A, B e C – riunite in un’aula. Tutti a sedere per terra in circolo con un attore  (non ricordo di quale scuola facesse parte, ma credo dei mimi alla Chaplin o del teatro elisabettiano) che ci chiese una monetina per iniziare a chiamarci a recitare improvvisando degli scatch, sotto la sua regia, dimostrandoci che il teatro è per tutti e chiunque di noi può avere personaggi in cui entrare o emozioni da esprimere in qualsiasi momento.

Un’occhiata in silenzio a tutti i presenti e l’attore iniziò a chiamare per i diversi ruoli.

Anche io fui chiamata.

Quel giorno ero vestita come una tipica adolescente fine anni ’80: con fouseaux di velluto nero, stivaletti invernali scamosciati Lumberjack e maglione caldo e morbido. All’interno di una scenetta inglese in casa all’ora del tè, io avrei dovuto recitare la parte del gatto.

Sì. “You, please, come here, you will be the cat”.

Stupita, non feci in tempo a provare specifiche emozioni. Mi alzai, andai in mezzo alla stanza e, seguendo le sue indicazioni, iniziai a fare il gatto. Come mi veniva, improvvisando. Mentre altri ragazzi recitavano la parte di chi beve il tè e conversa di questioni di società, io iniziai strusciarmi a gattoni contro le sedie ed i banchi – che fungevano da divano – come fa un gatto quando fa le fusa e si struscia vicino alle gambe. Provai anche a miagolare. Da lì, il passo fu breve. Nella recita della scuola di fine anno, tornai a fare il gatto.

In passato, ricordo il balletto di fine anno dell’asilo, in cui fui chiamata a sostituire la protaginista nel ruolo di farfalla e mi venne chiesto di svolazzare di qua e di là in calzamaglia rosa. Indossavo un cerchietto con due pon pon al posto delle antenne e due ali di spugna ritagliate dalle maestre, legate con un elastico, quello che si usava per fare “il gioco dell’elastico”.

Ho poi accompagnato gli anni di studio con sport e danza, esperienze di tutti i tipi, cercando di costruire immagini che vedevo dentro di me, di dipingerle, di tirarle fuori. Grazie all’arte ho fatto quello che altri fanno forse seguendo un percorso di anamnesi psicologica guidata.

Ecco qui. A distanza di 20 e 30 anni mi scopro essere, con gioia e piacevole stupore, la bambina di allora, con il corpo e la mente di un adulto esperto di vita. Oggi scelgo di vestirmi da Cat Woman, quando voglio giocare col personaggio che è in me, senza creare nessun effetto dirompente o stridente negli altri. Il potere catartico del teatro è noto dai tempi della Grecia. C’è un motivo per cui andiamo al cinema o guardiamo un serial televisivo, piuttosto che un altro. Abbiamo bisogno di immedesimarci in altri ruoli e chiederci cosa avremmo fatto noi al loro posto. Abbiamo anche bisogno che altri interpretino il ruolo in cui noi ci rispecchiamo per sentirci parte di un tutto. Abbiamo bisogno di ritrovarci nelle note di una musica, nei testi di una canzone o di uno scritto. Abbiamo bisogno di riconoscerci e ritrovarci, per fare il percorso indicatoci da Platone, per uscire dalla caverna.

L’attore, il cantante, il pittore, lo sportivo, il cuoco, l’artista fanno questo lavoro per tutti, per loro stessi e per tutti. Gli artisti offrono l’opportunità agli altri di emozionarsi, uscendo da se stessi, e chiedendosi come sarebbe in altri panni, offrono le proprie sofferenze per l’allenamento, le proprie vittorie e le proprie sconfitte, la propria immagine, il proprio viso, il proprio corpo, la propria voce, il proprio tocco, la propria musica per far riflettere, divertire, consolare, incoraggire, sostenere gli altri.

Sto scrivendo queste righe seguendo lo sport e le interviste ai giovani e spontanei piloti del MotoGP, che tutte le volte ci offrono adrenalina allo stato puro, si inseguono ad altissima velocità, si sfiorano…si fanno anche male e cadono di fronte a noi. Di volta in volta vengono rimesse in discussione le regole sulla sicurezza, ma lo spettacolo riprende e va avanti. Nonostante quelli che cadono, gli altri risalgono in sella e ripartono. Per loro, per noi. Sto anche seguendo Masterchef, una stupenda gara di preparazione alla vita, diretta da cuochi che in realtà sono allenatori e manager a tutto tondo.

“Private Cat” è il mio personaggio ufficiale. Sono io e sono sempre stata io, in quei momenti in cui sono stata chiamata a liberare l’anima artista in me, quella personalità che sai di avere e che emerge dai piccoli dettagli nel corso della vita. Una famosa antropologa, Clarissa Pincola Estès, me lo aveva detto. Nel suo “Donne che corrono coi lupi”, già alcuni anni fa mi aveva preannunciato che io avrei risposto al richiamo profondo. Me lo aveva detto molto tempo prima anche Tolkien nel suo “Signore degli Anelli”, libro che ho letto da adolescente, film che ho visto da adulto.

Cosa cambia? Cambia la consapevolezza, mia ed altrui. Sono sempre razionale, ma divento “Private Cat” in occasioni speciali. Entro nel personaggio io e con me ci entrano gli altri. Cambia la comunicazione. “Sei personaggi in cerca d’autore” ce lo hanno spiegato bene. Grazie Pirandello. Spesso ho sentito persone dire: “Non mi ha dato emozioni”. Spendiamo tanto tempo ad immaginare situazioni e chiediamo ad altri di creare emozioni, che per primi non abbiamo il coraggio di sdoganare rispetto a quelle sovrastrutture e deboli

sicurezze che ci portiamo dentro ed in cui cerchiamo un senso di rifugio più o meno illusorio o reale. Il personaggio, il palco, la pista, il microfono ci liberano. Serve uno show. Serve una distanza, la giusta distanza. Servono delle regole, le giuste regole. Serve una maschera, la giusta maschera.

La “Private Cat”, nello specifico, è quel tipo di donna che mette da parte il comportamento raziocinante tipico della gestione quotidiana degli impegni, le risposte da donna saggia. La cat woman è agile nel corpo e nello spirito, si comporta come un gatto, responsabilizzando l’uomo che vuole uscire con lei, chiedendogli di non aspettarsi da lei una femmina tradizionale, ma, semplicemente, senza età, senza aspettative, un bel gatto da coccolare.

Grazie Tina, come spesso mi è accaduto nella vita, ho trovato ispirazione nella musica, nelle note scritte col sudore delle vostre vite borderline.

 

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