La nostra repubblica

TUTTO A POSTO E NIENTE IN ORDINE

I titoli delle prime pagine della rassegna stampa sentita per radio stamattina sono stati così deludenti che alle 6: 50  ho sentito il bisogno di mettermi a scrivere due righe di positiva critica prima di iniziare la mia giornata lavorativa.

Un titolo immeritato per Repubblica, oggi, di cui riporto l’immagine qui sotto. “Res Publica”, in nome della quale l’ex ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha detto e confermato senza esitazione di aver accettato l’incarico “per dovere, non per piacere”.

Paolo Gentiloni ha formato un governo “diplomatico”, di morbida transizione per traghettare il “Bel paese” verso una nuova legge elettorale con cui andare alle elezioni, mantenendo una compagine in grado di sostenere senza discontinuità gli impegni dell’agenda internazionale. Posizione, questa, sostenuta anche da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia ed in fondo voluta proprio da chi ha fatto opposizione. Chi ha fatto opposizione avrebbe forse preferito un governo nuovo, realmente in grado di governare, invece che di “temporeggiare” verso l’espressione della volontà popolare nuovamente tramite le urne?

Deludente Repubblica, che in fondo fino a ieri, nell’analisi di Stefano Folli, sembrava aver compreso la situazione del Paese, salvo oggi titolare in tono di disapprovazione il governo diplomatico di transizione.

Punto numero uno: giova ricordare che è stato, purtroppo, da tutti personalizzato e strumentalizzato un referendum costituzionale (preferisco non ricordare in proposito le parole del giovane leader pentastellato Di Maio, vicepresidente della Camera dei Deputati, che ha parlato addirittura di “tradimento degli italiani”).

Punto numero due: chi ha fatto opposizione – Grillini/Pentastellati, Lega Nord e Fratelli d’Italia – proprio non salendo al Colle (triste ricordare le dichiarazioni di Di Battista in merito) per le consultazioni ha reso quasi inevitabile la creazione di un governo “fotocopia”, non facendosi aggiudicare nemmeno un ministero senza portafoglio. I pentastellati sanno bene che per governare il potere bisogna averlo, scelgono tuttavia solo la via delle elezioni e lo rifiutano in tutte le altre forme, persino quella di ministeri senza portafoglio in un governo di transizione. Per loro, meglio stare all’opposizione, sicuri di vincere alla prossime elezioni ed avere la maggioranza? Come interpreteranno gli italiani una occasione persa per iniziare ad agire invece che solo ad opporsi? Oggi i pentastellati già minacciano l’Aventino in aula per non dare la fiducia. Un altro NO, salvo tirarsi indietro ad accettare incarichi per il cambiamento.

Punto numero tre: giova ricordare a tutti i giovani deputati che l’Italia ha lottato per quarant’anni per avere governi non tecnici, in grado di reggere una legislatura intera. Questa legislatura stava resistendo dal 2013, ma non ce l’ha fatta, facendo fare un salto indietro nella storia e confermando i problemi di governabilità di questo paese i cui rappresentanti non riescono a sedersi intorno ad uno stesso tavolo contemporaneamente.

Gentiloni, da ex ministro degli Esteri e da “uomo del dovere”, ha trovato, con le poche risorse umane disponibili, una veloce soluzione diplomatica ad una situazione che tale non avrebbe mai dovuto essere se il recente voto referendario del 4 dicembre non fosse stato personalizzato.

Punto numero tre: gli Italiani  pare non siano mai contenti . Prima, tramite il voto referendario, dichiarano di non voler cambiamenti, poi, entro sette giorni si aspetterebbero uno stravolgimento della compagine di un neo governo che, per l’appunto, non è espressione del voto popolare, ma creato per “buon senso” su indicazione del Presidente della Repubblica, con quei pochi che si sono resi disponibili.

Forse mi basta essere oggettiva a mia volta e rendermi conto che si tratta solo delle prime pagine delle maggiori testate, quindi delle menti di quache giornalista, che spero non abbia tanta influenza sulla popolazione, a questo punto.

Che la giornata inizi normalmente, dunque, all’insegna della continuità, quale sarebbe stata se il voto non fosse stato personalizzato e quale hanno voluto gli italiani e le loro espressioni partitiche, dicendo NO al cambiamento. L’IRPEF non cambierà e chi si oppone al cambiamento continuerà a farlo. Riprendendo un detto trasmessomi da una ex collega pugliese: “Tutto a posto e niente in ordine”.

Per me, che ho votato Sì al referendum e che non mi stupisco quasi di nulla ormai, è l’ora della spremuta e del tè.

newsrepubblica13-12-2016

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